Il “Grand Palace” non era certo un locale per tutte le tasche: il conto medio partiva da almeno trecento euro a persona. Un ristorante scelto per ricorrenze importanti o incontri d’affari, non per una cena improvvisata tra chi fatica ad arrivare a fine mese.
Proprio mentre si dirigeva verso l’uscita, passando accanto ai tavoli affacciati sulle ampie vetrate panoramiche, Vittoria fu colpita da una risata familiare. Si voltò d’istinto. A pochi metri da lei, circondata da piatti di pasta ai frutti di mare, antipasti raffinati e una bottiglia di vino bianco già a metà, c’era Chiara. Indossava un abito nuovo, elegante, e sedeva insieme a tre amiche. Parlava animatamente, rideva, appariva spensierata. Serena.
Vittoria rimase immobile per un istante. Le attraversò la mente l’idea di avvicinarsi, di salutarla, magari di coglierla di sorpresa. Poi cambiò idea. Non era il momento. Tornò al proprio tavolo con passo controllato.
— Tutto bene? — le domandò il collega, notando il suo improvviso silenzio.
— Sì, certo — rispose lei, accennando un sorriso. — Nessun problema.
Ma dentro di sé sentiva che qualcosa non quadrava.
Quella sera non disse nulla a Raffaele. Cercò di razionalizzare: forse erano state le amiche a offrire la cena; magari festeggiavano un compleanno; forse era solo un’eccezione. Non voleva trarre conclusioni affrettate. Eppure un dubbio sottile aveva iniziato a farsi strada.
Qualche giorno dopo, di sabato, la vide di nuovo. Vittoria si trovava in un centro commerciale per acquistare della biancheria da letto quando scorse Chiara all’uscita di una boutique. Aveva in mano due grandi sacchetti colmi e parlava al telefono con aria soddisfatta.
Questa volta Vittoria le andò incontro.
— Chiara?
La ragazza sobbalzò, come colta sul fatto. Per una frazione di secondo sul suo volto passò un’ombra di inquietudine, subito coperta da un sorriso forzato.
— Vittoria! Che sorpresa!
— Già. Vedo che ti dai allo shopping.
Chiara abbassò lo sguardo verso i sacchetti. — Eh… sì. C’erano sconti incredibili. Magliette a pochi euro, jeans quasi regalati. Non ho saputo resistere.
— Capisco — replicò Vittoria, con tono neutro. — E per il lavoro? Novità?
— Sto cercando, davvero. Ho fatto diversi colloqui. Spero che qualcosa si muova presto.
— Me lo auguro anch’io. In bocca al lupo.
Si salutarono con cordialità. Ma mentre si allontanava, Vittoria sentiva lo stomaco irrigidirsi. Saldi o no, quei sacchetti erano pieni. E Chiara non aveva l’aria di chi conta le monete prima di pagare alla cassa.
Quella sera Raffaele stava seguendo la partita in televisione quando Vittoria si sedette accanto a lui.
— Raffaele, dobbiamo parlare.
— Adesso? — chiese senza staccare gli occhi dallo schermo.
— Sì. Riguarda Chiara.
A quel punto si voltò. — Che succede?
— L’ho vista due volte. Prima al Grand Palace, a cena con le amiche. Poi oggi, in centro commerciale, carica di acquisti.
Raffaele corrugò la fronte. — E quindi?
— “E quindi” cosa? — cercò di mantenere la calma. — Noi le stiamo dando soldi per aiutarla con l’affitto e la spesa. E lei va in ristoranti dove si spendono trecento euro e compra vestiti firmati.
Lui sospirò, con l’aria di chi deve spiegare l’ovvio. — Non sai chi ha pagato la cena. Magari hanno offerto le altre. E per i vestiti ti ha detto che erano in saldo. Preferiresti che andasse in giro vestita di stracci?
— Vorrei soltanto che fosse sincera.
— Ma lo è! Sei tu che parti prevenuta! — alzò la voce.
— Io? — sentì qualcosa incrinarsi dentro. — Ho accettato di aiutarla senza discutere, e sarei prevenuta?
— Hai pensato subito al peggio. Non le hai chiesto spiegazioni, la stai accusando senza prove!
Vittoria si alzò lentamente.
— Sai cosa, Raffaele? D’accordo. Facciamo come dici tu.
Si ritirò in camera da letto, chiuse la porta alle sue spalle e si sedette sul bordo del letto, con la sensazione amara che, per la prima volta da quando erano sposati, lui non fosse davvero dalla sua parte.
