«Non devi stare qui. Se ti vedono… ti faranno del male. Vai via. Ti prego, vattene» — sussurrò Arianna disperata, aggrappandosi al cappotto della madre

Inaccettabile ingiustizia, cuore spezzato e rabbia
Storie

In fondo all’atrio, proprio ai piedi della scalinata monumentale, c’era una donna inginocchiata. Mi dava le spalle. Indossava una divisa grigia, informe, di quelle che annullano la figura, e i capelli erano nascosti sotto una semplice cuffia. Con movimenti lenti e ripetitivi strofinava con una piccola spazzola rigida le fughe tra le lastre di marmo, insistendo sempre nello stesso punto. Era un gesto meccanico, svuotato di energia, come se lo compisse da ore.

Un gelo mi attraversò il petto. Non era il freddo del pavimento, ma qualcosa di più profondo, che mi serrò lo stomaco. Non riuscivo ancora a distinguerne il volto, eppure quella sagoma magra, quasi scheletrica, mi fece battere il cuore in modo irregolare. Mi avvicinai piano; il rumore dei miei passi rimbombava nell’atrio come colpi secchi. Quando fui abbastanza vicina, lessi sulla schiena del grembiule sporco, ricamato con filo scuro, una scritta. Ogni lettera mi trafisse come un colpo: «Domestica della famiglia Ferretti».

«No…» Non fu nemmeno una parola, solo aria che mi uscì dai polmoni.

La donna sussultò al suono della mia voce. Con una lentezza dolorosa, come se le costasse uno sforzo immenso, si voltò. Il tempo si fermò.

Era Arianna Ferrara.

Ma non la ragazza luminosa della fotografia che avevo stretto tra le mani. Davanti a me c’era un corpo consumato, pelle grigiastra tesa sulle ossa, guance scavate, occhi enormi e spenti incastonati in un viso stremato. Sulle braccia, dai polsi fino ai gomiti, si allargavano lividi scuri, alcuni quasi neri, con la forma inconfondibile di dita. Segni di una presa violenta, ripetuta.

Il mondo mi vacillò intorno. Fu uno schianto silenzioso. Eppure ciò che accadde subito dopo fu ancora più devastante. I suoi occhi si spalancarono quando mi riconobbe. Ma non vi lessi gioia, né sollievo. Solo terrore. Un terrore primordiale, animalesco, lo stesso di una creatura braccata che vede avvicinarsi il cacciatore.

«Mamma?»

«No…» sibilò lei, con una voce fragile come carta secca. Si trascinò verso di me sulle ginocchia e afferrò l’orlo del mio cappotto. «Non devi stare qui. Se ti vedono… ti faranno del male. Vai via. Ti prego, vattene.»

Il suo sussurro era disperato, autentico. Non implorava per sé. Aveva paura per me. Sentii il respiro spezzarsi nel petto.

Dall’alto, in cima alla scala imponente, risuonò allora una voce femminile, fredda e autoritaria:

«Chi è questa persona? E perché la servitù non è al suo posto, in ginocchio?»

Alzai lo sguardo. Una donna sulla sessantina avanzata, alta, lineamenti aristocratici e duri, capelli grigi raccolti con impeccabile precisione, mi osservava dall’alto. Non mostrava sorpresa, soltanto fastidio, come se la mia presenza fosse un’inconvenienza nel perfetto ordine della casa. Mi scrutò con palese disprezzo e tornò a posare gli occhi su di noi, pronta a parlare di nuovo.

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Amore o Soldi