Annuii con un sorriso appena accennato. Sì, un posto importante. E mia figlia meritava esattamente quello: importanza, rispetto, il meglio che si potesse desiderare. Mentre l’auto scivolava lungo i viali ampi della città e poi imboccava le strade più riservate del comprensorio di lusso, la immaginavo. Forse un po’ più morbida nei lineamenti, addolcita da una vita serena. Magari con una nuova luce negli occhi. E se aspettasse un bambino? L’idea mi avvolse come un abbraccio caldo. Nonna. Io sarei diventata nonna. Mi vidi già spingere una carrozzina tra quei vialetti perfettamente curati, costeggiati da ville imponenti, recuperando in silenzio tutti gli anni che ci erano sfuggiti.
La vettura si fermò davanti a un cancello in ferro battuto, alto almeno quanto tre uomini uno sopra l’altro. Oltre le sbarre si distingueva la casa: una costruzione enorme, rivestita in pietra chiara, tetto scuro e una teoria di finestre allineate con rigore. Non era solo grande. Era dominante. Più simile a una roccaforte che a un luogo dove costruire ricordi felici.
«Più avanti c’è la sbarra, signora Teodora Mancini. Senza autorizzazione non la fanno passare,» mi avvertì il tassista. «Meglio che si faccia aprire.»
Pagai la corsa, scesi e sentii sulla schiena il peso del suo sguardo curioso. Probabilmente mi aveva scambiata per una governante o una collaboratrice domestica: abiti costosi ma sobri, cappotto dal taglio severo, valigia in pelle di qualità. L’uniforme silenziosa del mio mestiere.
Raggiunsi il cancelletto laterale e premetti il campanello. Un suono limpido si diffuse nell’aria immobile e poi si spense. Attesi. Un minuto. Poi un altro. Nessuna risposta. Solo il vento che faceva frusciare i rami spogli.
Strano. Arianna Ferrara sapeva che potevo farmi viva in qualunque momento. Riprovai. Ancora silenzio. Un’inquietudine sottile cominciò a serpeggiarmi dentro. Spinsi la maniglia del cancelletto: cedette senza opporre resistenza. Aperto. Insolito, in un posto dove tutto doveva essere protetto e sorvegliato.
Percorsi il vialetto lastricato fino all’ingresso principale. Il portone, massiccio, in legno scuro con una maniglia di rame lucido, era socchiuso di pochi centimetri. Da quella fessura usciva un’aria fredda, immobile, quasi ostile.
Il disagio si trasformò in allarme. Lasciai la valigia sul portico e spinsi piano.
«Arianna?» chiamai, ma la mia voce suonò fragile, come se non mi appartenesse.
La porta si aprì senza un rumore, rivelando un atrio vastissimo. Pavimento in marmo bianco, soffitto altissimo che si apriva fino al piano superiore, una scala curva degna di un palazzo nobiliare. L’aria era gelida e impregnata di un odore pungente, artificiale, di detergenti e disinfettante. Nessun suono. Nessuna musica. Nessuna presenza umana.
«Arianna, sono io… la mamma!» dissi più forte. La parola “mamma” rimbalzò contro le pareti e si dissolse nel vuoto.
Fu allora che la vidi.
