Dopo quindici anni trascorsi lontano dall’Italia, rientrai con un solo desiderio: sorprendere mia figlia. Ma nel momento in cui varcai la soglia della casa, l’immagine che mi si presentò davanti cancellò ogni fantasia. Era in ginocchio, curva sul pavimento, intenta a strofinarlo con forza. Sulle braccia spiccavano lividi violacei e, sopra un grembiule sporco, si leggeva una scritta che mi trafisse il petto: «Domestica della famiglia Ferretti».
Quindici anni. Quindici anni, tre mesi e sei giorni. Non li avevo contati con nostalgia, bensì con la precisione di un contabile che chiude un bilancio annuale. Ogni giornata rappresentava una voce di spesa, un investimento sottratto alla mia esistenza e destinato all’unico capitale che mi importasse davvero: il futuro di mia figlia. Quando le ruote dell’aereo toccarono l’asfalto umido dell’aeroporto, non provai agitazione, ma una soddisfazione quieta e profonda. Come se un incarico lungo e logorante fosse finalmente giunto al termine. Massimiliano Puglisi, il mio datore di lavoro miliardario, con le sue eccentricità, le crisi d’ansia nel cuore della notte e le richieste assurde — come procurare un’orchidea rarissima dall’Ecuador entro l’ora di cena — rimaneva ormai confinato nel suo impeccabile chalet affacciato sul Lago di Ginevra. Il mio compito era concluso.
Avevo onorato il mio dovere. Slacciai la cintura e un brivido leggero mi attraversò il corpo. Non era paura, ma attesa. Per quindici anni avevo organizzato la vita di un altro uomo, amministrato le sue proprietà, controllato i suoi conti. Ora tornavo per vivere la mia. Per stare accanto alla mia Arianna Ferrara.
L’aria della capitale, dopo la limpidezza cristallina delle Alpi, mi sembrò densa, intrisa dell’odore di neve sciolta e carburante. Un profumo familiare, quasi rassicurante. Non avevo avvisato nessuno del mio ritorno: desideravo cogliere mia figlia di sorpresa, vedere nei suoi occhi quell’esplosione di gioia infantile che da anni potevo solo immaginare rileggendo le sue lettere brevi e misurate: «Mamma, qui va tutto benissimo. Vittorio Ricci si prende cura di me. Abitiamo in una splendida villa fuori città. Saresti orgogliosa di noi».
E lo ero. Ogni riga era la giustificazione delle mie notti insonni, delle festività trascorse lavorando, dei compleanni a cui avevo potuto contribuire soltanto con un bonifico e un pacco spedito per corriere. Non avevo assistito alla sua laurea, né al suo matrimonio. Vittorio l’avevo visto solo in fotografia: alto, sicuro di sé, appartenente a una famiglia influente. I Ferretti. Un cognome che evocava solidità e prestigio. Era esattamente il tipo di stabilità che avevo sempre sognato per lei, quella sicurezza che a me era mancata.

Il tassista, un uomo sulla cinquantina con lo sguardo stanco, lasciò sfuggire un fischio quando gli comunicai l’indirizzo nel quartiere residenziale più esclusivo della zona.
