«Trovati un lavoro vero, altrimenti chiedo il divorzio!» — urlò il marito disoccupato, sbattendo la porta e rifugiandosi dalla sua adorata mammina

Insopportabile egoismo, lei reclama finalmente la sua dignità
Storie

La riflessione le rimase addosso per tutta la giornata: sostenere un uomo adulto che non faceva altro che lamentarsi e pretendere, senza muovere un dito, era ridicolo. Per quale motivo avrebbe dovuto continuare a sopportarlo? Solo per un timbro sul certificato di matrimonio?

Quando arrivò in reparto, l’atmosfera cambiò subito. I colleghi notarono immediatamente qualcosa di diverso in Eleonora Giordano. Di solito si presentava con lo sguardo stanco e poche parole da spendere; quella mattina, invece, aveva un’aria distesa, quasi luminosa.

— Eleonora, oggi sei raggiante — osservò Caterina Santoro, l’infermiera del turno precedente, scrutandola con curiosità. — Cos’è successo? Riccardo ha finalmente trovato un impiego?

Eleonora accennò un sorriso appena percettibile.

— No, Caterina. Mio marito mi ha minacciata di chiedere il divorzio. E sai una cosa? Più ci penso, più l’idea non mi dispiace affatto.

— Dici sul serio? — Caterina spalancò gli occhi. — E la casa? Il mutuo? Come pensi di fare?

— La casa? — Eleonora fece un gesto indifferente con la mano. — Il mutuo lo pago io, l’appartamento è intestato a me. Se vuole, può trovarsi qualcun’altra che lo mantenga.

Per l’intero turno, mentre sistemava cartelle cliniche e controllava pazienti, la sua mente continuò a elaborare possibili sviluppi. Valutò ogni scenario con freddezza crescente. Quando uscì dall’ospedale, la decisione era ormai definitiva. Dopo il secondo turno passò in un centro copie aperto ventiquattr’ore su ventiquattro e fece duplicare tutti i documenti essenziali: carta d’identità, certificato di matrimonio, contratto di mutuo, atti di proprietà, attestazioni di reddito.

La mattina seguente, invece di dirigersi al lavoro, si presentò nello studio di un avvocato. Giorgio Testa, un uomo anziano con occhiali sottili e modi pacati, la ascoltò senza interromperla, intrecciando le dita sulla scrivania.

— Dunque — riassunse con un cenno del capo — non avete beni in comune, a parte l’appartamento gravato da mutuo. E non ci sono figli, corretto?

— Esatto. Il prestito è sulle mie spalle e le rate le verso soltanto io. Riccardo non lavora da sei mesi.

— In queste condizioni, la procedura è piuttosto lineare — spiegò l’avvocato. — Si può richiedere lo scioglimento del matrimonio per cessazione della convivenza. Se non emergono contestazioni particolari, in uno o due mesi si conclude. L’immobile rimarrà a lei, visto che il debito è esclusivamente suo.

Giorgio Testa redasse l’atto, le illustrò i passaggi successivi e l’importo delle spese. Eleonora firmò con mano ferma e versò l’anticipo. Nel giro di un’ora, la richiesta era protocollata presso il tribunale competente.

Rientrando a casa, provò una sensazione nuova: come se un capitolo fosse stato chiuso con decisione. Il meccanismo ormai era avviato; restava solo da attendere l’esito. Riccardo non si era fatto vivo: probabilmente si era rifugiato da sua madre, convinto che prima o poi lei lo avrebbe supplicato di tornare.

Ma quella telefonata non arrivò.

Eleonora proseguì le sue giornate con una tranquillità sorprendente. Lavorava, riordinava l’appartamento, cucinava per sé senza fretta. Nessun televisore a volume assordante, nessun abito sparso sul divano, nessuna lamentela su noia o mancanza di attenzioni. Il silenzio non le pesava: la liberava.

Al quarto giorno, però, Riccardo perse la pazienza. Era sabato mattina quando il campanello suonò con insistenza. Eleonora aprì e se lo trovò davanti: espressione contrita, spalle curve, un mazzo di crisantemi già un po’ afflosciati stretto in mano — evidentemente comprati al chiosco sotto casa.

— Ciao, Ele — tentò di sorridere. — Mi dispiace per l’altra sera. Ho esagerato, ho detto cose che non pensavo. È questo periodo senza lavoro che mi distrugge, sono nervoso.

Lei rimase sulla soglia, senza invitarlo a entrare. Lui le porse i fiori.

— Non facciamo sciocchezze. Ci vogliamo bene, no? In ogni matrimonio ci sono momenti difficili. Ho capito che per te è pesante. Ti aiuterò di più, promesso.

— Riccardo — disse con voce calma — le tue cose sono già pronte.

Lui batté le palpebre, confuso.

— Le mie cose? Di cosa stai parlando?

Eleonora fece un passo indietro, afferrò due grandi borsoni sportivi e li trascinò fino alla porta. Li posò oltre la soglia.

— Dentro c’è tutto: vestiti, documenti, oggetti personali. Lasci le chiavi e puoi sistemarti dove preferisci.

— Ma sei impazzita? — sbottò alzando il tono. — Questa è anche casa mia! Sono tuo marito, ho diritto di stare qui!

— Marito? — replicò lei con un sorriso appena accennato. — Un marito che vive sulle spalle della moglie da mezzo anno e, per di più, pretende? Chi paga il mutuo? Le bollette? La spesa?

— Siamo sposati! — protestò lui, quasi piagnucolando. — Non puoi cacciarmi così!

Eleonora tese la mano.

— Le chiavi.

— Non te le do! Non puoi obbligarmi!

— Va bene — rispose lei con sorprendente serenità. — Domani farò cambiare la serratura. E tra qualche giorno riceverai una notifica dal tribunale.

Il colore abbandonò il volto di Riccardo.

— Quale tribunale? Che notifica?

— Ho avviato la pratica di divorzio.

— Sei fuori di testa? — balbettò. — Mamma diceva che ti saresti calmata e che saresti stata tu a chiedermi scusa!

Eleonora sollevò lentamente lo sguardo su di lui.

— Tua madre? — disse, trattenendo a stento ciò che stava per aggiungere.

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Amore o Soldi