— Trovati un lavoro vero, altrimenti chiedo il divorzio! — urlò il marito disoccupato mentre, sbattendo la porta, correva a rifugiarsi dalla sua adorata mammina.
Eleonora Giordano tirò su la zip della giacca sportiva fino al mento e rimase per un istante a fissare fuori dalla finestra. L’aria di ottobre sollevava vortici di foglie gialle che si posavano sui marciapiedi come un tappeto dorato. Erano le sei e mezza del mattino; tra trenta minuti avrebbe dovuto essere già al primo lavoro. Il secondo turno l’aspettava subito dopo pranzo.
L’appartamento di settanta metri quadri al settimo piano del palazzo popolare lo avevano acquistato due anni prima con un mutuo. Allora tutto sembrava sostenibile: Riccardo Rinaldi lavorava come manager in un’impresa edile, lei era impiegata come receptionist in un centro medico privato. Facevano progetti, parlavano di ristrutturazioni, di un bambino, di un futuro sereno costruito insieme.
Poi la realtà aveva cambiato le carte in tavola. In primavera l’azienda di Riccardo aveva chiuso improvvisamente i battenti. Niente liquidazione, niente stipendi arretrati. Eleonora gli era stata accanto senza esitazioni: “Supereremo anche questa”, gli ripeteva. Per sostenere le spese aveva accettato un secondo impiego serale come addetta alle pulizie in un edificio di uffici.
I mesi erano scivolati via fino a diventare mezzo anno, ma di un nuovo lavoro per Riccardo non c’era traccia. A dire il vero, neppure di una ricerca concreta. Ogni mattina Eleonora usciva di casa prima dell’alba; ogni sera rientrava e lo trovava esattamente dove l’aveva lasciato: disteso sul divano, telecomando in mano. Intanto l’appartamento si era trasformato in un campo di battaglia: piatti incrostati accumulati nel lavello, briciole ovunque, calzini sparsi tra corridoio e soggiorno.

— Riccardo, almeno potevi passare l’aspirapolvere mentre ero fuori — disse una sera, lasciando la borsa nell’ingresso con un sospiro stanco.
— Siamo in crisi, Eleonora. Non c’è nulla di serio in giro. Dovrei forse andare a fare il magazziniere per quattro spicci? — ribatté lui senza staccare gli occhi dalla televisione. — Ho una laurea, nel caso te lo fossi dimenticato.
Senza replicare, lei si diresse in cucina e iniziò a sistemare. Le mani le dolevano per lo sforzo continuo, la schiena bruciava, ma la rata del mutuo arrivava puntuale ogni mese. Alla banca non interessavano le difficoltà familiari.
Con l’autunno la situazione divenne insopportabile. Riccardo aveva preso l’abitudine di rimproverarla, come se non fosse lei a mantenere economicamente la casa.
— Sei di nuovo in ritardo — la accolse una sera con tono seccato. — Sto qui tutto il giorno da solo ad annoiarmi. A te importa soltanto del lavoro.
Eleonora rimase senza parole e batté le mani incredula.
— Mi stai prendendo in giro? Lavoro dodici ore al giorno per evitare che finiamo per strada, e tu mi accusi di non darti abbastanza attenzioni?
— Certo — fece lui con una scrollata di spalle. — Una moglie dovrebbe occuparsi della famiglia, non soltanto dei soldi. Potresti preparare la cena, per esempio. O almeno parlarmi con un po’ di gentilezza.
Il sangue le salì al viso. Corrugò la fronte, inclinando il capo come per assicurarsi di aver sentito bene. Davvero era arrivato al punto di rimproverarla perché lavorava in due posti?
— La cena? — ripeté. — E cosa ti impedisce di alzarti dal divano e cucinare qualcosa tu? Le mani ce le hai. E anche la testa, in teoria.
— Non cominciare — borbottò lui. — Uomini e donne hanno ruoli diversi. Io sto cercando lavoro, è già un impegno.
— Cercando? — Eleonora indicò con un gesto lo schermo dove scorrevano le immagini di una partita. — Quanti curriculum hai inviato questa settimana? A quante selezioni hai partecipato?
Riccardo si voltò dall’altra parte, chiudendo di fatto la discussione. Scene simili si ripetevano quasi ogni sera. Eleonora avvertiva non solo la stanchezza fisica, ma un logoramento interiore sempre più profondo. Doveva provvedere per entrambi, ripulire i disastri lasciati dal marito, sopportare le sue accuse e perfino scusarsi per il fatto di lavorare.
Il giovedì sera la tensione esplose. Erano quasi le undici quando rientrò. Le gambe le pulsavano, la testa martellava per la mancanza di sonno. In cucina trovò il caos: Riccardo si era preparato delle uova strapazzate, ma il risultato sembrava una scena del crimine. Il piano cottura era coperto di schizzi d’olio, gusci d’uovo sparsi sul pavimento, la padella unta abbandonata nel lavello già colmo.
— Riccardo! — esclamò. — Si può sapere che cos’è successo qui?
Lui uscì dal soggiorno con aria infastidita.
— Che c’è? Ho mangiato. Domani laverai tutto, non scappa mica nessuno.
— Domani? — ripeté lei incredula. — Perché non adesso? Perché non subito dopo aver cucinato?
— Perché sono stanco. Sono rimasto a casa tutto il giorno a pensare al nostro futuro. Mi è venuto persino mal di testa.
Eleonora lo fissò in silenzio, sentendo qualcosa dentro di sé incrinarsi definitivamente, mentre capiva che quella risposta avrebbe cambiato per sempre il corso della loro discussione.
