«Scelgo mia moglie. Scelgo la mia casa. Scelgo la pace» — dice con calma implacabile, spalancando la porta e chiudendola alle loro spalle

Una ribellione coraggiosa e profondamente giusta.
Storie

L’ira che le ribolliva dentro non trovava altra via d’uscita. E l’unico bersaglio a portata di mano, in quel momento, era sua figlia.

— Chiudi quella bocca, parassita! — ringhiò Angelica, avanzando verso la poltrona con passi secchi. — Stai tutto il giorno a poltrire senza alzare un dito! È colpa tua se siamo arrivati a questo punto! Se fossi capace di renderti utile, se almeno avessi la decenza di lavarti il piatto dopo aver mangiato, non sarei costretta a chiedere favori a quella… a quella arrivista! Hai trasformato casa mia in una stalla, e dovrei pure rimediare ai tuoi disastri?

Teodora Mancini balzò in piedi, il viso acceso d’indignazione.

— Non ti ho mai chiesto di telefonarle per umiliarla! — replicò con voce strozzata. — Sono i tuoi giochi, mamma! Ti diverti a metterci l’uno contro l’altra, a guardare Dario mentre si spezza in due per compiacerti! Solo che stavolta hai tirato troppo la corda. E adesso lui se la prende con me, butta via le mie cose, non le tue!

Si fronteggiarono come estranee. Per anni avevano fatto squadra, compatte contro il resto del mondo — e soprattutto contro Martina Sala. Ma ora che l’avversaria aveva contrattaccato e si era ritirata, la loro alleanza mostrava crepe profonde. Sotto la superficie affiorava un rancore antico, mai davvero sopito.

La tensione fu spezzata da un suono acuto e insistente: il campanello. Non un semplice tocco, ma una pressione prolungata, impaziente. Entrambe si immobilizzarono e si scambiarono uno sguardo carico di apprensione. Nei loro occhi si leggeva lo stesso timore. Angelica si avviò verso l’ingresso, sforzandosi di assumere un’aria sofferente, quasi martirizzata.

Sulla soglia c’era Dario Bertolini.

Non appariva furioso nel senso consueto. Non gridava, non aveva il volto deformato dall’ira. Era calmo. Di una calma glaciale. E quella quiete faceva più paura di qualunque esplosione. I suoi occhi scuri percorsero il corridoio, si soffermarono sulla cassettiera impolverata, poi sulla sorella immobile in salotto, infine si posarono su sua madre. Non salutò. Non pronunciò una parola.

Le superò senza degnarle di uno sguardo e si diresse verso l’interno dell’appartamento.

— Dario, amore mio, hai capito tutto male! È stata Martina che… — tentò Angelica alle sue spalle.

Lui non si fermò.

Entrò nella stanza di Teodora — il suo piccolo regno, arredato e mantenuto con i soldi del fratello — e si avvicinò all’armadio. Con un gesto deciso spalancò le ante e afferrò alcuni grandi sacchi neri per la spazzatura, ancora inutilizzati. Senza esitazioni iniziò a svuotare le grucce: vestiti, jeans costosi, maglie firmate finivano nei sacchi con movimenti rapidi e metodici, come se stesse compilando un inventario.

— Dario, sei impazzito?! — gridò Teodora, precipitandosi verso di lui e aggrappandosi al suo braccio. — Sono le mie cose! Cosa ti prende?

Lui la guardò con freddezza, come si osserva un fastidio trascurabile. Con uno strattone si liberò della sua presa e continuò. Il secondo sacco si riempì di scatole di scarpe nuove, mai indossate. Nel terzo finirono borse, trucchi, accessori ancora con l’etichetta.

— Tesoro, fermati! È tua sorella! Ha il cuore delicato, lo sai! — si lamentò Angelica con teatralità, restando però ben piantata vicino alla porta, senza intervenire davvero.

Quando anche l’ultimo sacco fu colmo, Dario lo chiuse con un nodo secco e lo lasciò cadere a terra. Poi si raddrizzò e, per la prima volta, le fissò entrambe.

— Pensavate che sarebbe durato per sempre? — disse a bassa voce, ma il tono riempì la stanza. — Credevate che avrei continuato a finanziare questa farsa? La pigrizia di Teodora e le tue manipolazioni, mamma?

Fece un passo verso la sorella, che arretrò istintivamente.

— Ascoltami bene. Entro domani ti trovi un lavoro. Qualunque cosa: anche pulizie, non mi interessa. E inizi a contribuire davvero, non solo a parole. Altrimenti questi sacchi li porterai nel tuo nuovo appartamento. Che pagherai con i tuoi soldi. Da me non riceverai più nulla. Nemmeno un euro.

Poi rivolse lo sguardo ad Angelica.

— E tu, mamma, abituati all’idea: non sono più il vostro bancomat personale.

Non attese repliche. Si voltò, attraversò il corridoio e uscì, chiudendo la porta con un clic sommesso.

Nel silenzio rimasto, due donne fissavano tre sacchi neri in mezzo a un guardaroba devastato. Sembravano tumuli funebri sotto cui era stata sepolta la loro esistenza comoda e spensierata.

Passarono tre giorni.

Tre giorni di quiete insolita, quasi assordante. Il telefono di Dario restò muto: nessuna chiamata lacrimosa della madre, nessun messaggio allusivo di Teodora per chiedere “solo un piccolo aiuto”. Nell’appartamento che divideva con Martina si respirava una serenità fragile ma autentica.

Cenavano insieme, si raccontavano la giornata, sceglievano un film la sera. Vivevano. E quella normalità semplice, dopo tanto caos, aveva il sapore di qualcosa di prezioso, come se potesse svanire da un momento all’altro. Dario, tuttavia, rimaneva vigile. Conosceva troppo bene sua madre per credere che si sarebbe arresa così facilmente: quel silenzio aveva il peso sospeso di una tregua apparente, l’attesa tesa che precede l’ultima, inevitabile mossa.

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Amore o Soldi