«Scelgo mia moglie. Scelgo la mia casa. Scelgo la pace» — dice con calma implacabile, spalancando la porta e chiudendola alle loro spalle

Una ribellione coraggiosa e profondamente giusta.
Storie

Sul tavolino, accanto alla poltrona, una tazza di tè lasciata a metà e un piattino cosparso di briciole smentivano qualunque idea di convalescenza. Di malato, in quella stanza, non c’era proprio nulla. Teodora Mancini appariva esattamente come sempre: annoiata, svogliata, immersa in una vacuità senza scopo.

Angelica Lupi, eretta come una sovrana nel proprio regno, posò lo sguardo sulla scatola che Martina Sala stringeva ancora tra le braccia, valutandola con aria critica.

— Finalmente — disse con un cenno impaziente verso il corridoio. — Appoggiala lì, sul pavimento. E sta’ attenta a non rovinare il linoleum.

Martina non replicò. Con cautela piegò le ginocchia e depose il pacco pesante a terra. Stava già per voltarsi, pronta a congedarsi con un educato saluto, quando la suocera si spostò quel tanto che bastava per sbarrarle il passaggio.

— Già che sei qui, non restare impalata come una statuina — proseguì Angelica con quel tono perentorio che riservava solo a chi considerava inferiore. — Non vedi quanta polvere c’è? Teodora non sta bene, io ho la schiena a pezzi. Spolvera il comò e poi passa lo straccio in corridoio. Con quella scatola hai sporcato dappertutto.

Teodora sollevò lo sguardo dal telefono. Un sorriso tagliente le increspò le labbra. Si raddrizzò leggermente, desiderosa di assistere alla scena che stava per svolgersi. Umiliare la moglie di Dario Bertolini era diventato una sorta di passatempo condiviso: prima la mettevano all’angolo, poi si lamentavano con lui della sua presunta maleducazione e pigrizia.

Martina si drizzò lentamente. Osservò il comò scuro, lucido ma coperto da un velo di polvere, poi il volto soddisfatto della cognata e infine fissò la suocera. Dentro di sé avvertì uno strappo netto. Non un fragile tintinnio, ma il suono sordo di una corda che si spezza dopo essere stata tesa troppo a lungo. La pazienza, tirata oltre ogni limite, si era recisa.

Quando parlò, la sua voce fu calma, sorprendentemente ferma.

— Io non sono la vostra domestica, Angelica Lupi. Ha una figlia adulta che vive con lei: sarà lei a occuparsi della casa. Io sono la moglie di suo figlio. Con Dario abbiamo la nostra abitazione e la nostra famiglia. Questo dovrebbe bastare.

Per qualche istante nell’appartamento calò un silenzio irreale. Persino il chiacchiericcio aggressivo della televisione sembrò attenuarsi. Il sorriso di Teodora si congelò, poi si dissolse in un’espressione incredula.

Angelica, colta impreparata da quella ribellione, rimase senza parole. Il viso le si arrossò fino a diventare paonazzo; la bocca si apriva e chiudeva senza emettere suono. Quando finalmente riuscì a parlare, la sua voce esplose in un urlo acuto.

— Come ti permetti di rispondermi così? In casa mia, poi! Adesso chiamo Dario, e vedrai che ti manda via su due piedi! Ti ritroverai per strada!

Martina inclinò appena il capo.

— Davvero ne è convinta? — domandò con una calma quasi curiosa.

Senza distogliere gli occhi dal volto deformato dalla collera della suocera, estrasse il telefono. Selezionò il contatto “Marito” e avviò la chiamata, attivando il vivavoce. Angelica ammutolì di colpo.

— Dario, ciao — disse Martina con tono uniforme. — Tua madre pretende che io pulisca casa loro. Dice che, se mi rifiuto, tu mi lascerai. Confermi?

Dall’altra parte si udì una breve pausa carica di significato, poi un sospiro pesante.

— Mamma, passa il telefono a tua figlia.

Angelica, frastornata, obbedì quasi meccanicamente e porse il cellulare a Teodora.

— Teodora — la voce di Dario, ora fredda come metallo — hai trenta minuti per sistemare l’appartamento. Se arrivo e ti trovo seduta mentre Martina lavora, prendo i tuoi vestiti e li butto nei cassonetti. E poi ti arrangi. È chiaro?

La comunicazione si interruppe.

Martina riprese con garbo il telefono dalle dita allentate della cognata. Rivolse un lieve cenno alla suocera, ancora impietrita.

— Io vado — annunciò con un sorriso educato. — Mi pare che abbiate da fare.

La porta si chiuse alle sue spalle con un clic discreto. Eppure, nel silenzio improvviso, quel suono parve uno sparo.

Per alcuni secondi Angelica e Teodora rimasero immobili a fissare l’ingresso, come se dietro quel pannello si fosse appena spalancata una realtà inaccessibile.

La luce bluastra del televisore continuava a scorrere sui muri, indifferente.

Fu Teodora a riprendersi per prima. Si lasciò ricadere sulla poltrona, ma il suo corpo non trovò più la postura rilassata di prima. Il telefono le si spense tra le mani.

— Contentissima adesso? — sibilò con voce bassa e velenosa. — Te l’avevo detto di non provocarla. Non è il tipo che incassa e tace.

Angelica si voltò di scatto verso la figlia. Il volto le bruciava ancora di rabbia, il cuore martellava per l’umiliazione subita. Lo shock si stava trasformando rapidamente in qualcosa di più cupo, più feroce, un’ira che pretendeva uno sfogo e cercava disperatamente un bersaglio.

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Amore o Soldi