«Scelgo mia moglie. Scelgo la mia casa. Scelgo la pace» — dice con calma implacabile, spalancando la porta e chiudendola alle loro spalle

Una ribellione coraggiosa e profondamente giusta.
Storie

— Non sono mica stata assunta come domestica, Angelica Lupi! Lei ha una figlia adulta che vive sotto il suo stesso tetto: che si occupi lei delle pulizie! Io sono la moglie di Dario Bertolini, e noi abbiamo la nostra casa, la nostra famiglia. Punto e basta!

— Dario, sono io. Puoi venire subito? Ho bisogno urgente dei barattoli.

Nella voce di Angelica, filtrata dal telefono, non c’era traccia di richiesta. Non prevedeva un rifiuto, né ammetteva obiezioni. Era quel tono viscido e insieme inflessibile che Dario detestava fin dall’adolescenza.

Chiuse gli occhi e si massaggiò il ponte del naso, tentando di trattenere quel poco di quiete rimasta dopo una giornata massacrante. Le spalle, che solo pochi minuti prima si erano finalmente rilassate, tornarono a irrigidirsi come se qualcuno gli avesse infilato un’armatura addosso.

— Ciao, mamma. È tardi, sono appena rientrato dal lavoro. Che barattoli? Possiamo portarli domani — disse con voce controllata, misurando ogni parola. Sapeva bene che la minima nota di fastidio sarebbe stata usata contro di lui.

Martina Sala, seduta di fronte con un libro aperto sulle ginocchia, abbassò lo sguardo senza volerlo. Non sentiva le parole della suocera, ma riconosceva perfettamente quella sfumatura nella voce del marito. Era il segnale che la serata era finita. Stava per iniziare la solita, estenuante manovra manipolatoria, lenta e martellante come un mal di denti che non dà tregua.

— Quali barattoli? Quelli vuoti che avete sul balcone! All’improvviso ho deciso di mettere via i cetrioli per l’inverno, e Teodora Mancini non sta bene, non può andare al negozio — si lamentò Angelica con tono querulo. — È a letto, poverina, distrutta. O forse sei tu che sei stanco? Per tua madre non trovi più un briciolo di energia? Non ti sto chiedendo di trasportare sacchi di cemento.

Dario rimase in silenzio, fissando un punto indefinito sulla parete. Martina vide la piega profonda che gli attraversava la fronte. Era in trappola. Se avesse detto di no, sarebbe seguita una predica di mezz’ora sulla sua freddezza e sulla sua ingratitudine.

Se avesse accettato, avrebbe dovuto rivestirsi e attraversare la città per un capriccio che, con ogni probabilità, serviva solo a verificare quanto fosse ancora obbediente. “Teodora non sta bene” era la carta vincente che Angelica calava ogni volta che voleva ottenere qualcosa.

Teodora Mancini, trent’anni e una salute da atleta, risultava sempre “indisposta” quando si trattava di lavorare, pulire o semplicemente uscire a fare la spesa.

Martina intuì che il marito stava per ribattere, ma sapeva già come sarebbe finita. Era più semplice sacrificare mezz’ora che assistere all’intero teatrino telefonico e poi vederlo sprofondare sul divano, svuotato come un limone spremuto fino all’ultima goccia. Chiuse il libro con decisione e si alzò.

— Vado io — disse a bassa voce, quanto bastava perché Dario la sentisse.

Lui la guardò con un misto di gratitudine e senso di colpa. Coprì il microfono con la mano.

— Martina, non serve. Ci penso io…

— Resta seduto — lo interruppe. — Faccio prima io.

Gli prese delicatamente il telefono e se lo portò all’orecchio. Il suo tono era educato, quasi zuccheroso.

— Buonasera, Angelica Lupi. Dario è esausto, raccolgo io i barattoli e glieli porto entro mezz’ora.

Dall’altra parte cadde un breve silenzio. Evidentemente la suocera non si aspettava quel cambio di scena: il suo copione era stato scritto per il figlio.

— Ah… Martina… Va bene, allora portali pure, se proprio vuoi — rispose infine, incapace di nascondere una punta di delusione.

Sul balcone c’era uno scatolone pieno di grandi barattoli di vetro impolverati. Reliquie di un passato che nessuno aveva il coraggio di buttare via. Martina sollevò la scatola con disgusto; il vetro tintinnò cupamente. Trasportava quel peso come fosse l’emblema delle responsabilità che Dario non riusciva a scrollarsi di dosso: gravose, vuote, prive di senso.

Il palazzo di Angelica la accolse con il solito odore di mobili stantii e un persistente sentore acre proveniente dalla cucina. Nel vano scale una lampadina fioca diffondeva una luce bluastra che rendeva i muri scrostati ancora più opprimenti. Martina suonò il campanello.

Dopo qualche secondo udì passi strascicati. Appena la porta si aprì e varcò la soglia, capì immediatamente di essere entrata in una scena preparata con cura.

La prevedibilità del quadro le provocò solo una stanca irritazione. Nel soggiorno, illuminato dal bagliore freddo di un talk show urlato a volume eccessivo, Teodora Mancini era sprofondatasi nella poltrona più grande, in posa da malata terminale.

La “povera sofferente”, sdraiata con aria tragica, scorreva distrattamente lo schermo del cellulare, la luce livida del display a disegnarle ombre sul viso. Accanto a lei, sul piccolo tavolino, si notavano inequivocabili tracce di una serata che sembrava tutto fuorché segnata dalla malattia.

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Amore o Soldi