«È questo lo spirito giusto», aveva concluso Costanza D’Angelo prima di salutarla. «Ci vediamo domattina in tribunale.»
L’aula si rivelò molto più modesta di quanto Ginevra Ricci avesse immaginato. Nessuna imponenza solenne, nessun marmo lucido: solo panche di legno, un banco per il giudice e, sulla parete, lo stemma della Repubblica Italiana. L’aria sapeva di carta e tensione. Seduta accanto alla sua avvocata, Ginevra tormentava nervosamente la tracolla della borsa, evitando con ostinazione di incrociare lo sguardo di Tommaso Bellini, accomodato di fronte a lei con un’espressione sicura, quasi annoiata.
«Respiri piano», mormorò Costanza senza voltarsi. «Abbiamo preparato tutto nei minimi dettagli.»
«E se tirasse fuori qualche menzogna? Lei non sa fino a che punto può spingersi…»
L’avvocata accennò un sorriso tranquillo. «Uomini come lui ne incontro ogni giorno. Guardi chi ha portato con sé: Federico Martini. Difende spesso imprenditori facoltosi e clienti abituati a vincere facile. Ma nemmeno lui può ribaltare i fatti.»
In quell’istante entrò il giudice: una donna sulla cinquantina, volto stanco ma sguardo vigile. Si sedette, sistemò i fascicoli e dichiarò aperta l’udienza per la divisione dei beni tra i coniugi Bellini.
«Per l’attore?» domandò.
Federico Martini si alzò con eleganza studiata. «Tommaso Bellini richiede che le pretese della controparte vengano respinte. Tutti i beni oggetto della controversia — l’abitazione, i conti correnti e le quote societarie — sono stati acquistati con denaro personale del mio assistito e risultano intestati esclusivamente a lui.»
Ginevra sentì le dita serrarsi fino a farle male. Denaro personale? Ricordò le rinunce, i conti fatti al centesimo, le ore extra all’università per accumulare risparmi destinati, come diceva lui, “al nostro futuro”.
«Per la convenuta?» intervenne il giudice.
Costanza si alzò con calma. «La signora Ginevra Ricci contesta integralmente tali affermazioni. Il patrimonio è stato costruito durante il matrimonio e con il contributo economico diretto della mia assistita. Siamo in grado di dimostrarlo documentalmente.»
Tommaso sbuffò e sussurrò qualcosa all’orecchio del proprio legale. Martini annuì, ma il giudice lo zittì con un’occhiata.
«Quali prove intendete produrre?»
Costanza aprì una cartellina ordinata. «Ricevute firmate dal signor Bellini per somme ricevute dalla moglie e destinate alla costruzione della casa. Estratti conto che attestano pagamenti effettuati dalla carta personale della signora Ricci per l’acquisto di materiali edili. Movimenti bancari con prelievi consistenti nello stesso periodo. E, inoltre, testimoni.»
«Assurdità!» esplose Tommaso alzandosi di scatto. «Non ricordo nulla di simile. Sono passati anni!»
«Un’altra interruzione e la faccio allontanare dall’aula», replicò severamente il giudice.
I documenti passarono di mano in mano. La magistrata li esaminò con attenzione, annotando qualcosa a margine.
«Si chiami il primo testimone: Riccardo Basile.»
Il giovane entrò visibilmente teso. Si fermò davanti al banco, giurò di dire la verità.
«Può confermare che sua madre abbia contribuito economicamente alla costruzione dell’abitazione?» chiese il giudice.
Riccardo deglutì. «Sì. Ero piccolo, ma ricordo che portava spesso soldi in cantiere. Diceva che era il suo stipendio, che serviva per comprare i materiali.»
«Sta mentendo!» gridò Tommaso. «Difende sua madre, tutto qui!»
Il richiamo del giudice fu immediato e tagliente. Seguì Serena Palmieri, la vicina di casa, che raccontò del prestito acceso da Ginevra per versare il primo anticipo sull’immobile. Poi una collega universitaria spiegò come Ginevra avesse accettato lezioni private serali “per pagare le piastrelle del bagno”, parole rimaste impresse a tutti.
A ogni testimonianza, il volto di Tommaso si faceva più scuro. Federico Martini sfogliava febbrilmente le carte, cercando un appiglio.
«Chiedo di produrre un ulteriore documento», annunciò Costanza, estraendo un foglio ingiallito. «Una delega firmata dalla signora Ricci che autorizzava il marito a gestire le pratiche societarie. E qui — aggiunse mostrando un estratto conto — la prova che il capitale iniziale dell’azienda è stato versato dal suo conto risparmio personale.»
Un silenzio denso calò nell’aula. Tommaso impallidì.
«Da dove salta fuori?» sibilò.
«Archivio bancario», rispose l’avvocata con serenità. «I dati vengono conservati a lungo.»
Il giudice annunciò una pausa per deliberare. Ginevra rimase immobile, quasi incapace di respirare. Le sembrava irreale che, dopo anni di silenzi e umiliazioni, la verità stesse emergendo con tanta chiarezza.
«Secondo lei… andrà bene?» sussurrò.
Costanza le rivolse un’occhiata complice. «Non abbiamo più nulla da dimostrare. Il giudice ha davanti fatti incontestabili. La legge è dalla nostra parte.»
