Il campanello esplose in un trillo prolungato, autoritario, quasi irritato.
Mi avvicinai all’ingresso con passo lento. Il battito era stabile, sorprendentemente calmo. Nessuna agitazione, nessun tremore nelle mani.
— Costanza! — la voce di Sergio Coppola filtrava ovattata dal pianerottolo.
— Sei dentro? Che succede alla serratura? La chiave non entra! Si è bloccata? Dai, apri!
Mi fermai a pochi centimetri dalla porta. Non feci alcun gesto verso la maniglia.
— Non si è bloccata la serratura, Sergio — risposi, scandendo bene le parole. — È la tua chiave che non appartiene più a questa porta.
Dall’altra parte cadde un silenzio denso. Lo immaginavo immobile, mentre cercava di dare un senso a ciò che aveva sentito.
— Cosa vuol dire “non appartiene”? Hai cambiato il cilindro? Ma ti pare normale? Per quale motivo? Costanza, che ti salta in mente? Sono stanco morto, arrivo dal lavoro, la mamma non sta bene con la pressione… voglio solo entrare in casa! Basta con queste sceneggiate!
Sceneggiate.
Venticinque anni di rappresentazione continua, in cui io ero stata attrice, comparsa e persino addetta alle pulizie del teatro.
— Sei stato tu a chiedermi di non disturbarti finché non fossi guarita — replicai con voce ferma attraverso il legno. — Non ti ho cercato. E ora sto benissimo. Guarita del tutto.
— Ma che stai dicendo? Ti è tornata la febbre? — il suo tono si fece acuto, nervoso. — Guarita da cosa? Sono tuo marito! Ho solo aspettato che passasse il momento difficile, l’ho fatto per prudenza! Porto io i soldi a casa!
— Te ne sei andato, Sergio. Te ne sei andato portandoti via perfino i limoni.
— Ancora con questi limoni! — sbottò, perdendo il controllo. — Non puoi impedirmi di entrare! Questa casa è anche mia! Chiamo i carabinieri, faccio intervenire i vigili del fuoco e ti fanno saltare la porta!
— Fallo pure — concessi senza esitazione. — I documenti dell’appartamento sono intestati a me. Sai benissimo chi è la proprietaria. Le tue cose… le preparerò con calma.
— Quali cose?
— Tutte. Le metterò in scatoloni ordinati. Poi le farò spedire a casa di tua madre. Magari insieme ai limoni, se ne è rimasto qualcuno.
Continuò a inveire ancora per un po’, alternando rabbia e suppliche. Provò a impietosirmi: «Pensavo a noi, sei tu che esageri!» Poi, improvvisamente, tacque.
Sentii un colpo sordo contro la porta — un calcio dato per frustrazione — e subito dopo i suoi passi che scendevano le scale. Pesanti, risentiti. I passi di chi ha perso una comodità che considerava eterna.
Rientrai in cucina. Il tè si era intiepidito, ma aveva ancora un buon sapore.
Sul mobile dell’ingresso brillava il nuovo mazzo. Due chiavi lucide.
Una era la mia.
Presi l’altra tra le dita: fredda, solida, con un peso preciso. Aprii il cassetto più lontano della scrivania e la lasciai cadere in fondo, nell’angolo più nascosto.
Che resti lì. Forse un giorno la consegnerò a qualcuno che non avrà paura di restarmi accanto, nemmeno per porgermi un bicchiere d’acqua. O forse rimarrà dimenticata per sempre.
Nel silenzio dell’appartamento il bollitore, ormai spento, fece un lieve scatto metallico. Mi versai un’altra tazza.
Da sola, finalmente, stavo bene.
