«È la tua chiave che non appartiene più a questa porta» — risposi con voce ferma mentre lui, furioso, calciava la porta dall’altra parte

Più forte, più libera: una rinascita coraggiosa
Storie

…assumermi una responsabilità.

Fece un gesto vago con la mano, come se l’aria stessa fosse diventata pericolosa.

— Qui dentro ormai circolano solo microbi. L’aria è pesante, non gira. Io me ne vado da mia madre. Resto lì un paio di giorni, finché tu… — esitò, cercando una parola più elegante — finché non ti passa questa tosse. Il suo divano è libero.

— Te ne vai davvero? — La voce che uscì dalla mia gola non sembrava la mia: roca, sottile, quasi supplichevole.

— Ho quasi quaranta di febbre, Costanza. Se peggioro, chi aiuta me?

— Potresti chiamare un’ambulanza — mormorai.

Lui mi guardò come se avessi detto un’assurdità.

— Il telefono ce l’hai accanto. E poi io cosa potrei fare? Non sono un medico. Finiremmo entrambi stesi a letto, inutili. Così almeno resto in piedi, lavoro, guadagno qualcosa. Ti porterò la spesa… la lascerò davanti alla porta.

“Ti porterò.”
“Davanti alla porta.”
“Quando starai meglio.”

Nel frattempo si muoveva nervosamente nell’ingresso. Sentii lo sportello del frigorifero aprirsi. Un tintinnio di vetro, il fruscio di un sacchetto.

— Ho preso i limoni, va bene? — gridò verso la camera.

Non aspettò risposta.

— E anche il miele. A mamma è finito. Tanto tu adesso gli zuccheri non dovresti mangiarli, ti affaticano.

Rimasi sdraiata a fissare il bicchiere d’acqua sul pavimento, vicino alla porta. Tre metri appena. Mi sembravano una maratona.

Si portava via i limoni. Si portava via il miele. Si portava via la sua salute, accuratamente riposta nel borsone da palestra.

— Hai preso le chiavi? — chiesi. L’unica frase automatica che mi venne in mente, riflesso di anni di matrimonio.

— Sì, sì. Non agitarti. Riposati, bevi molto. E… magari non chiamarmi, d’accordo? Devo dormire prima del lavoro, e la tua voce così… malata… mi mette agitazione.

Il clic della serratura fu secco, come uno sparo.

Due mandate.

Silenzio.

Un solo adulto

Restai sola. Nell’appartamento galleggiava ancora il suo dopobarba, mescolato all’odore acre del mio sudore febbrile. Sul comodino il telefono vibrò: notifica della banca. “Pagamento effettuato. Supermercato. € 12,50.” Probabilmente aveva comprato qualcosa per il viaggio.

Stranamente non arrivò il panico. Con Sergio Coppola era uscita di casa anche quella sua ansia appiccicosa, quel continuo lamento, la paura ossessiva di contagiarsi, la richiesta di rassicurazioni.

Allungai la mano verso il cellulare. Lo schermo si sdoppiava davanti ai miei occhi, ma le dita si muovevano da sole.

App di consegna a domicilio.
Vitamine. Spray per la gola. Succo di mirtillo. Brodo di pollo.

“Arrivo stimato: 15 minuti.”

Quindici minuti dopo il campanello trillò. Mi alzai aggrappandomi ai muri, attraversai il corridoio come se fosse in salita. Alla maniglia era appeso un sacchetto.

Il ragazzo delle consegne, che non vidi neppure in faccia, per duecento euro di servizio fece per me più di quanto mio marito fosse riuscito a fare in vent…

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Amore o Soldi