Rachele rimase immobile a osservare i due, mentre dentro di lei montava un’irritazione sorda. Ancora la stessa scena. Sempre uguale. Lei in mezzo, invisibile. E cosa avrebbe dovuto fare? Abbassare la testa e far finta di niente? Evidentemente sì.
— Dai, su… — provò a intervenire con un sorriso forzato, nel tentativo di smorzare la tensione — vedrete che le cose si sistemeranno.
Teodora Colombo strinse le labbra in una linea sottile.
— Intanto il tempo passa — replicò con freddezza.
— Mamma, basta! — sbottò Ettore De Luca, alzando la voce più del necessario. — Siamo venuti qui per stare tranquilli, non per farci fare la predica.
Afferrò il telecomando e riaccese il televisore, alzando il volume quasi a voler coprire ogni altro suono. Rachele lasciò andare un sospiro pesante. La serata era ormai rovinata. Si alzò e iniziò a sparecchiare in silenzio, raccogliendo piatti e bicchieri con gesti lenti.
— E tu non la aiuti? — lo rimproverò Teodora, lanciando al figlio uno sguardo carico di disapprovazione. — Sta facendo tutto da sola.
Ettore borbottò qualcosa di incomprensibile, poi si sollevò dal divano con evidente svogliatezza. Il resto della serata trascorse in un silenzio denso, quasi opprimente. Andarono a letto tardi. Rachele continuava a girarsi tra le lenzuola senza riuscire a prendere sonno. I pensieri le si aggrovigliavano in testa, un senso di malinconia le pesava sul petto. Accanto a lei, Ettore dormiva occupando gran parte del letto, respirando rumorosamente. Rachele chiuse gli occhi, ma l’inquietudine non la abbandonò.
Si svegliò infreddolita. La finestra era socchiusa e lasciava entrare aria gelida. La richiuse con cura. Ettore, però, non era più lì. Guardò l’orologio: le sei e mezza. Cos’era successo? Si infilò la vestaglia e uscì dalla camera, dirigendosi verso la cucina.
Prima ancora di entrare, sentì delle voci. Stava per varcare la soglia quando il tono della conversazione la fece fermare. Rimase nascosta dietro lo stipite.
Ettore era seduto al tavolo, scomposto come al solito. In una mano teneva una tazza con il tè ormai freddo, con l’altra si grattava distrattamente la nuca. Di fronte a lui, in piedi, Teodora parlava senza abbassare la voce.
— Quanto pensi di andare avanti così, Ettore? — insisteva. — L’hai vista? Sempre cupa, insoddisfatta, con quell’aria da martire. È impossibile sopportarla. E tu continui a rimandare. Sei un uomo, dovresti decidere tu.
Lui scrollò le spalle.
— Te l’ho già detto, mamma. Bisogna aspettare ancora un po’. Che si faccia il prestito per la macchina, poi si vedrà. E, sinceramente, sarebbe meglio che fosse lei ad andarsene. Io non voglio scenate.
A Rachele mancò il respiro. Si aggrappò al telaio della porta per non perdere l’equilibrio. Non poteva credere alle proprie orecchie. Suo marito parlava di lei con una leggerezza glaciale, come se stesse commentando il tempo.
— Appunto — proseguì Teodora con tono soddisfatto. — Te l’ho detto fin dall’inizio che non era la donna giusta per te. Non è una vera padrona di casa, non sa cosa significhi famiglia. E tu dipendi pure dai suoi soldi, mentre lei si illude che sia amore. Ridicolo. Vivere sotto lo stesso tetto con lei è una tortura, lo capisco benissimo.
— Dai, mamma… — mormorò Ettore con voce stanca. — Me la caverò. Ancora un paio di mesi e sarà tutto sistemato. Devo solo trovare il momento giusto. Non voglio litigi inutili.
Teodora fece un passo avanti, abbassando lo sguardo su di lui.
— Tu…
