«E, sinceramente, sarebbe meglio che fosse lei ad andarsene. Io non voglio scenate» — confida Ettore alla madre mentre Rachele, nascosta dietro lo stipite, resta senza fiato

Inaccettabile dolore, meritava molto meglio.
Storie

— Su, muoviti, preparati. Andiamo da mia madre.

Ettore De Luca aveva già trascinato fuori il trolley in corridoio. Rachele Bellini, dal canto suo, non era mai stata entusiasta di quelle visite dalla suocera. Sapeva perfettamente come sarebbe andata: stessi discorsi, stesse allusioni, stesso finale. Erano sposati da sette anni e di figli nemmeno l’ombra. Ma davvero qualcuno pensava fosse solo colpa sua? Lei un bambino lo desiderava da tempo. Ettore, invece, rimandava sempre. Prima la carriera, poi la ristrutturazione dell’appartamento, quindi l’auto nuova. Adesso parlava della casa in campagna. Come se con un figlio non si potesse avere anche quella, anzi.

Con un sospiro rassegnato, Rachele iniziò a sistemare i vestiti nella borsa. La serata si sarebbe consumata attorno al tavolo, tra domande di circostanza sul lavoro e sui progetti per le ferie. E poi, puntuali come un orologio svizzero, sarebbero arrivate le frecciatine. Le conosceva a memoria.

“Giada Parisi ne ha già due.”
“Beatrice Sorrentino aspetta un maschietto.”

E quel sospiro carico di significato.

Come se lei non facesse abbastanza. Come se la responsabilità fosse soltanto sua. Di certo non del prezioso figlio di Teodora Colombo.

Durante il tragitto, Ettore accese la radio e tamburellò sul volante. Rachele fissava il paesaggio oltre il finestrino, persa nei propri pensieri. Doveva affrontare l’argomento seriamente, quella stessa sera. Basta scuse. Aveva trent’anni, non era più una ragazzina con tempo infinito davanti.

Teodora li accolse con il solito entusiasmo formale. La casa era identica all’ultima volta, tranne per un dettaglio: un gatto nuovo, rosso fuoco e soffice come una nuvola. Loro, invece, non avevano nemmeno un pesciolino.

— Rachele cara, entra, accomodati! — esclamò Teodora, sfoggiando un sorriso ampio.

Rachele rispose con un’espressione educata, appena accennata.

— Mamma, papà dov’è? — chiese Ettore, già sprofondato sul divano con il telecomando in mano.

— Alla casa in campagna, a sistemare l’orto. Torna domani. E tu? Ti siedi subito? Potresti dare una mano a Rachele con le valigie.

— Ho guidato per due ore, sono distrutto — borbottò lui, senza staccare gli occhi dallo schermo.

Teodora sospirò e si rifugiò in cucina. Rachele la seguì.

— Che bel gatto avete — disse, cercando di alleggerire l’atmosfera.

— È arrivato da solo. Lo abbiamo chiamato Arturo Neri. Tiene lontani i topi, ed è già tanto.

A tavola, davanti al tè, iniziarono le domande sul lavoro. Poi, come da copione, il discorso prese la piega prevista. Rachele si limitava a sorridere e a mescolare lo zucchero nella tazza. Dal soggiorno arrivavano i rumori della partita: Ettore commentava a bocca piena. Possibile che non potesse guardarla a casa propria?

— E voi ancora niente — riprese Teodora, con tono apparentemente leggero. — Sarebbe ora di pensare a un bambino. Mi piacerebbe diventare nonna.

Rachele serrò le mascelle. Ecco, ci siamo.

— Mamma — intervenne Ettore senza voltarsi — ne abbiamo parlato mille volte. Ogni cosa ha il suo momento.

— Quale momento, Ettore? Avete trent’anni!

Lui si alzò di scatto e spense il televisore.

— Ce la vediamo noi. Non siamo più ragazzi.

Rachele osservava la scena in silenzio, ma dentro sentiva ribollire qualcosa che stava per traboccare.

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Amore o Soldi