«Lo sono anch’io — solo che, ai tempi della scuola, vi faceva comodo fingere che io non esistessi» — risponde Marina Valentini con calma e la sala trattiene il respiro

La superbia paga sempre, ed è devastante.
Storie

Alla rimpatriata di classe fece la sua comparsa una donna che nessuno riconobbe subito. Solo dopo un attimo, tra sguardi increduli e respiri trattenuti, i presenti compresero con sgomento la verità: nella figura elegante che avevano davanti c’era proprio la ragazzina di un tempo, quella derisa, ignorata, messa ai margini. Nessuno riusciva a immaginare quale fosse il motivo della sua presenza.

Vendetta in toni di grigio

Nel grande salone del ristorante Brezza d’Argento regnava un’atmosfera di celebrazione misurata, quasi studiata a tavolino. Oltre le ampie vetrate, la pioggia di ottobre si abbatteva con forza sul vetro; all’interno, invece, una luce ambrata e soffusa avvolgeva ogni cosa, come se quel luogo fosse separato dal resto del mondo. Il pavimento lucido rifletteva i lampadari di cristallo, mentre le candele sui tavoli diffondevano una sensazione di pace artificiale, fragile.

Erano trascorsi quindici anni dal diploma. Un periodo sufficiente a cancellare formule e date imparate a scuola, ma non abbastanza lungo da attenuare il dolore lasciato da parole crudeli e gesti meschini.

Sotto il grande lampadario, con la naturalezza di chi è abituato a stare al centro dell’attenzione, si muoveva Stefano D’Angelo: un tempo idolo della classe, oggi uomo di successo, sempre convinto di essere un passo avanti agli altri. In fondo, non era cambiato molto: la stessa sicurezza ostentata, un abito costoso, quello sguardo dall’alto in basso che gli era sempre appartenuto. Al suo fianco c’era Camilla Gatti, sua moglie, bellissima in modo glaciale, con quegli occhi che anni prima decidevano chi sarebbe diventato il bersaglio delle prese in giro.

— Propongo un brindisi — dichiarò Stefano a voce alta, e il tintinnio dei calici riempì la sala. — A noi. A chi è riuscito a restare in cima. Il mondo è una gara: c’è chi vince e… chi resta indietro.

Non ebbe il tempo di completare il pensiero. Un rumore secco proveniente dall’ingresso spezzò l’aria. Le porte si spalancarono, lasciando entrare una folata di freddo umido. Tutti si voltarono istintivamente.

Sulla soglia apparve una donna.

Il gelo dell’esterno sembrò seguirla all’interno, come un richiamo brusco alla realtà oltre quel rifugio dorato. Non avanzò subito: lasciò che le porte si richiudessero alle sue spalle, poi iniziò a camminare con passo lento e controllato. I tacchi quasi non si sentivano, eppure ogni suo movimento attirava l’attenzione, come se la sua presenza avesse un peso particolare.

Il suo abbigliamento era sobrio, privo di ostentazione, ma curato in ogni dettaglio. Il cappotto chiaro valorizzava la figura, i capelli scuri erano raccolti con precisione, lo sguardo era calmo, vigile, privo di esitazione. Non c’era sfida nei suoi occhi, né timidezza: solo la compostezza di chi sa esattamente perché si trova lì.

Il silenzio durò qualche secondo, allungandosi fino a diventare scomodo. Qualcuno tossì nervosamente, altri distolsero lo sguardo; c’era anche chi cercava nel suo volto tratti familiari, scavando nei ricordi alla ricerca di un collegamento dimenticato.

— Mi scusi… — azzardò una donna seduta a un tavolo in fondo — lei… cerca qualcuno?

La sconosciuta si fermò. Un impercettibile movimento delle labbra tradì un’emozione trattenuta, ma la voce uscì ferma.

— Sì. Voi. Tutti voi.

Il tono era neutro, privo di accuse, e forse proprio per questo la tensione nella sala aumentò. Stefano aggrottò la fronte, posò lentamente il bicchiere e la scrutò con la consueta superiorità.

— Questa è una riunione privata — disse. — Solo per ex studenti.

Lei incrociò il suo sguardo. In quell’istante qualcuno trattenne il fiato: il riconoscimento fu improvviso, tagliente. Camilla impallidì, stringendo con forza il tovagliolo tra le dita.

— Lo sono anch’io — rispose la donna con calma. — Solo che, ai tempi della scuola, vi faceva comodo fingere che io non esistessi.

Un mormorio attraversò la sala, come una raffica tra foglie secche. Gli sguardi si incrociavano, le menti ricostruivano, collegavano. Ricordi sepolti da anni riaffioravano, assumendo contorni dolorosamente nitidi.

— Non è possibile… — sussurrò qualcuno.

— È davvero lei?

— Ma dai, allora era solo…

Stefano D’Angelo fece un passo in avanti, mentre la sicurezza che aveva sempre ostentato iniziava impercettibilmente a incrinarsi.

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Amore o Soldi