Caterina inspirò a fondo, senza arretrare di un passo. La frase che aveva appena pronunciato sembrava ancora vibrare nell’aria, come se le pareti stesse l’avessero assorbita. Poi aggiunse, con una calma che mascherava a fatica la tensione:
— Il mutuo lo pago io, Emanuele. Non tu. E sono sempre io a stabilire chi può abitare tra queste mura.
Lui abbassò lo sguardo, visibilmente a disagio, e dopo qualche secondo provò a replicare:
— Ma siamo una famiglia… — disse, con un tono incerto. — Possibile che tu non possa venire un po’ incontro alla situazione?
— Venire incontro? — Caterina sentì riaffiorare dentro di sé un’ondata di rabbia trattenuta a lungo. — Emanuele, nessuno si è preoccupato di chiedermi nulla. Tua madre si è presentata qui dando per scontato che si sarebbe trasferita. Non ha proposto, non ha domandato: ha semplicemente deciso. Come se io non contassi nulla, come se questa casa non fosse anche il mio spazio.
Emanuele rimase in silenzio, incapace di formulare una risposta. Caterina capì che quello era un momento decisivo: se avesse ceduto allora, in futuro sarebbe stato impossibile rimettere confini chiari. Aveva visto troppe amiche perdere la propria serenità dopo l’arrivo invadente di una suocera: ordini non richiesti, mobili spostati “per il meglio”, lezioni continue su come si dovrebbe vivere “nel modo giusto”. Lei non era disposta a trasformare la propria quotidianità in una simile prigione.
Il giorno seguente, Roberta Santoro si ripresentò come se nulla fosse accaduto. Aveva con sé una borsa capiente, piena di oggetti. Quando Caterina aprì la porta, si trovò davanti la suocera con un sacco pesante in mano e un sorriso soddisfatto dipinto sul volto.
— Buongiorno, Caterina cara. Ho portato un po’ di cose per la cucina, possono sempre tornare utili.
Caterina rimase ferma nel corridoio, osservando in silenzio mentre Roberta entrava, si toglieva le scarpe con naturalezza, appoggiava la borsa a terra e iniziava a guardarsi intorno come se stesse ispezionando un luogo che già le apparteneva. Passò in soggiorno, scrutò le pareti, poi fece un cenno approvante con la testa.
— Qui bisognerebbe cambiare la carta da parati. È troppo chiara, poco pratica. E quell’armadio andrebbe spostato: così toglie luce alla stanza.
Emanuele era seduto sul divano, rigido, combattuto. Caterina notò il suo disagio: sembrava sul punto di intervenire, ma le parole gli restavano bloccate in gola. L’atmosfera si fece densa, carica, come l’aria prima di un temporale.
Roberta continuò imperterrita:
— In camera da letto si potrebbe mettere un divano letto. A me non serve molto spazio. L’importante è stare vicino a mio figlio.
— Roberta Santoro — iniziò Caterina, con voce controllata —, io ed Emanuele non abbiamo ancora deciso…
— Ma che c’è da decidere, tesoro? — la interruppe la donna con un sorriso mellifluo. — Non sono un’estranea. La famiglia deve stare unita.
Fu allora che Caterina non riuscì più a trattenersi. Alzò la voce, pur mantenendo lo sguardo fisso davanti a sé:
— Questa casa l’ho trovata io, e non ho alcuna intenzione di dividerla con chiunque!
La voce le tremava, ma non distolse gli occhi. Emanuele balzò in piedi, cercando di smorzare i toni:
— Caterina, dai, non fare così…
Roberta, però, aveva già serrato le labbra in un’espressione offesa e guardava la nuora con fredda disapprovazione.
— Ah, quindi è così che stanno le cose — disse lentamente. — Ti dà fastidio che una donna anziana possa vivere in tranquillità?
— Mi dà fastidio che qualcuno si trasferisca a casa mia senza il mio consenso — rispose Caterina, decisa.
Madre e figlio la fissarono come se avesse detto qualcosa di imperdonabile. Roberta alzò ulteriormente la voce:
— Ormai siamo una famiglia, bisogna saper cedere! Sei egoista, Caterina. Pensi solo a te stessa!
Caterina incrociò le braccia sul petto, sentendo l’indignazione crescere. Guardò prima la suocera, poi il marito, che non trovava il coraggio di schierarsi al suo fianco, e comprese di essere finita in una trappola. Il luogo che aveva sempre chiamato casa si stava trasformando in un campo di battaglia.
— E voi, invece, a cosa siete disposti a rinunciare? — chiese, fissando Emanuele negli occhi. — Perché devo essere sempre io a sacrificare la mia privacy, le mie abitudini, la mia vita? Questo appartamento è mio. L’ho pagato io. E ho il diritto di decidere chi ci vive.
Emanuele tacque. Roberta si limitò a sospirare in modo plateale, scuotendo la testa. La tensione aumentava di secondo in secondo. Caterina notò nello sguardo della suocera una miscela di finta compassione e velato disprezzo, come se lei non fosse in grado di capire qualcosa di “fondamentale”.
— Emanuele — disse infine Roberta, rivolgendosi al figlio e ignorando completamente Caterina —, non avrei mai pensato che tua moglie potesse essere così insensibile. Davvero non comprende che ho paura a restare sola? Che sto invecchiando e presto avrò bisogno di aiuto?
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