— L’appartamento l’ho trovato e comprato io, e non ho alcuna intenzione di dividerlo con nessuno! — ribatté secca, senza lasciare spazio a repliche o interruzioni.
Caterina Monti ed Emanuele Lupi convivevano da poco più di un anno. La casa era un bilocale luminoso, al settimo piano di un moderno palazzo in una zona tranquilla della città. Non era arrivata per eredità né come regalo: Caterina l’aveva acquistata con le proprie forze, mettendo da parte ogni centesimo per anni, lavorando senza ferie e senza concedersi pause.
Dieci anni prima aveva iniziato come contabile in un’impresa edile, con uno stipendio di circa 45.000 euro. In seguito era passata a una società più grande per 60.000, e dopo altri due anni guadagnava già 80.000. Non spendeva in divertimenti, rinunciava alle vacanze, evitava abiti costosi. Il suo obiettivo era uno solo: risparmiare.
Per l’anticipo del mutuo impiegò tre anni di sacrifici, mentre le rate le copriva grazie a un secondo lavoro nei fine settimana. Quando finalmente l’appartamento divenne interamente suo, Caterina provò un orgoglio mai sentito prima, una soddisfazione silenziosa ma profonda.
Emanuele, fin dall’inizio, aveva ammirato quella sua indipendenza. Lui viveva ancora con la madre, Roberta Santoro, in un vecchio monolocale alla periferia, e quando la relazione prese forma fu evidente che quello spazio non poteva ospitare una vita di coppia.

Così il trasferimento nell’appartamento di Caterina avvenne quasi spontaneamente, senza lunghi discorsi o accordi formali. La quotidianità scorreva serena, priva di scontri importanti. Emanuele lavorava come manager in una società commerciale, con un reddito intorno ai 50.000 euro; contribuiva alle spese, pagava parte delle bollette e della spesa. Ogni tanto comprava qualcosa per la casa: una padella nuova, delle lenzuola, una lampadina. Cercava di rendersi utile.
La casa aveva un’atmosfera calda, e Caterina era orgogliosa di ogni dettaglio. La carta da parati del soggiorno l’aveva scelta lei, i mobili li aveva presi in saldo ma di buona qualità. In cucina pendevano tende chiare, cucite con le sue mani.
In camera da letto c’era un grande armadio a ante scorrevoli; metà dei ripiani restava vuota, perché Caterina non amava gli spazi sovraccarichi. Emanuele scherzava talvolta dicendo di sentirsi ancora un ospite, e lei rispondeva sempre allo stesso modo:
— Ma dai, Emanuele. Questa è anche casa tua.
Lui sorrideva e annuiva, eppure quella frase non suonava mai del tutto convincente. Si erano abituati alle sere tranquille, alle colazioni condivise, al silenzio. Tutto procedeva in modo equilibrato e prevedibile. Nei fine settimana andavano al cinema, ordinavano una pizza, la sera seguivano qualche serie televisiva.
Caterina lavorava dalle nove alle sei; Emanuele spesso rientrava verso le otto, stanco, cenava e andava a dormire. Nulla di speciale, e proprio per questo per Caterina andava bene così.
La relazione appariva solida, anche se priva di grandi slanci. Emanuele non arrivava con fiori a sorpresa né organizzava cene romantiche, ma Caterina non lo pretendeva. Ciò che contava era avere accanto un uomo affidabile, che non beveva, non tradiva e non creava scenate.
Parlavano del futuro — una vacanza in Turchia, l’acquisto di un’auto usata — senza immaginare che presto tutto sarebbe cambiato. O forse, in fondo all’anima, Caterina avvertiva che quella calma era fragile, ma scacciava quei pensieri inquieti.
Roberta Santoro iniziò a lamentarsi con il figlio della difficoltà di vivere da sola. All’inizio erano solo telefonate serali sporadiche: Emanuele usciva sul balcone e parlava a bassa voce, con evidente preoccupazione.
Poi le chiamate si fecero più frequenti. Una volta perse le chiavi e rimase per un’ora sul pianerottolo, in lacrime, incapace di entrare. Un’altra si bruciò una lampadina e non c’era nessuno che potesse cambiarla, perché salire su uno sgabello era pericoloso. Altre volte mancava qualcuno che facesse la spesa: le borse erano pesanti e il supermercato distava tre fermate di autobus.
Emanuele ascoltava, provava compassione e sempre più spesso passava dalla madre dopo il lavoro. Caterina osservava la situazione senza intervenire: capiva che Roberta Santoro fosse sola e che per lei la quotidianità stesse diventando davvero troppo pesante, una consapevolezza che iniziava lentamente a incrinare l’equilibrio della loro vita.
