Sii te stesso
Nella stanza più lussuosa dell’ospedale, quella riservata a chi poteva permettersi ogni comfort, un bambino stava spegnendosi lentamente. Si chiamava Tommaso Rinaldi e aveva appena dieci anni. Suo padre era un uomo immensamente ricco, uno di quelli per cui il denaro non rappresenta un limite. Eppure, davanti a quel letto, anche la sua fortuna risultava inutile: tutto poteva comprare, tranne la salute di suo figlio.
Tommaso scivolava nel sonno giorno dopo giorno. Un riposo sempre più profondo, da cui si risvegliava a malapena. Diciassette tra i migliori medici del mondo avevano studiato i suoi esami, confrontato dati, discusso a lungo. Alla fine, però, il risultato era sempre lo stesso: analisi perfette, parametri nella norma… e un bambino che continuava a consumarsi sotto lenzuola candide.
Nel corridoio, vicino a una grande finestra, stava ferma una bambina minuta. Camilla Bertolini, otto anni appena compiuti. Sua madre lavorava lì come addetta alle pulizie e, dopo la scuola, Camilla la aspettava spesso in ospedale. Era silenziosa, osservava tutto con attenzione: i medici che correvano avanti e indietro, la donna elegante che piangeva senza riuscire a trattenersi — la madre di Tommaso — e il padre del bambino, che urlava contro chiunque, spaventoso nella sua rabbia nata dall’impotenza.
Camilla guardava e ricordava. E la paura le stringeva lo stomaco, perché quella scena l’aveva già vissuta. Sei mesi prima, allo stesso modo, suo padre aveva iniziato a spegnersi.

Anche lui si era semplicemente addormentato, una sera, senza più riaprire gli occhi. I medici della loro normale clinica di quartiere non avevano capito nulla: “una malattia strana”, avevano detto, scrollando le spalle. Camilla ricordava bene le sue lamentele: diceva che in gola sentiva come qualcosa che si muoveva. Nessuno gli aveva dato credito. Quando si erano decisi a indagare meglio, era ormai troppo tardi.
Ora, davanti a quella stanza costosa, Camilla sentiva ripetere le stesse frasi: malattia inspiegabile, esami impeccabili. Sul letto, il bambino era pallido come cera. E lei lo sapeva. Non per logica, non per studio. Lo sentiva dentro: non era una semplice malattia.
Quando una giovane infermiera uscì dalla stanza con gli occhi lucidi, Camilla le si avvicinò piano. Era Ilaria Ferretti.
— Zia Ilaria… — mormorò, tirandole delicatamente il camice. — Lui… lui ha qualcosa in gola. Bisogna guardargli la gola.
L’infermiera sospirò, si asciugò il viso stanco.
— Camilla, per favore, non adesso. Qui la situazione è grave. I medici hanno controllato tutto.
— Ma il mio papà… — provò a dire la bambina, sentendo un nodo chiuderle la voce.
— So cosa è successo a tuo padre — rispose Ilaria con dolcezza. — Ma questo è diverso. Vai dalla mamma, va bene?
Camilla si allontanò lentamente. Il cuore le batteva così forte da farle male. In quel momento vide Tommaso, nel sonno, fare un movimento come per deglutire e contrarre il viso in una smorfia. Esattamente come aveva fatto suo padre allora.
Trovò sua madre nel ripostiglio. Stava sciacquando un mocio, piegata dalla stanchezza, con gli occhi lucidi.
— Mamma — disse Camilla, tremando. — Quel bambino… ha la stessa cosa di papà. Ne sono sicura.
La risposta fu secca, definitiva.
Discussione chiusa.
