— Cecilietta, dimmi un po’: hai già firmato l’atto di donazione a favore di Ruggero? Parlo dell’eredità, ovviamente.
Cecilia Monti rimase immobile con l’annaffiatoio sospeso a mezz’aria. L’acqua continuava a scorrere sul terriccio del vaso, ma lei non se ne accorgeva nemmeno. Paola Martini, sua suocera, non si era neppure tolta il cappotto impregnato di naftalina e di quel vago odore di teatro di provincia. Stava piantata nel corridoio del loro minuscolo bilocale, osservando l’arredamento modesto con l’aria severa di chi non è venuto a fare visita, bensì a condurre un’ispezione sanitaria.
— Buongiorno, Paola — disse infine Cecilia, appoggiando lentamente l’annaffiatoio. Le mani le tremavano appena. — Quale atto di donazione?
Erano passati solo dieci giorni dalla morte di Margherita Barbieri, la sua prozia di Genova.
— Ma come “quale”? Quello normale! — Paola spalancò le braccia, rischiando di far cadere la borsetta. — Per l’appartamento! O cos’altro ti avrebbe lasciato? Milioni? È sconveniente che una donna gestisca certe somme. Il marito è il capo. Ruggero è il capo. Dunque, tutti i beni devono stare sotto il suo controllo. È così che funziona.

Cecilia lanciò uno sguardo verso la cucina. Ruggero Gallo, quarantacinque anni, “capofamiglia” per autodefinizione, sedeva in tuta slabbrata davanti a una scodella, intento a finire con gusto il borsch del giorno prima. Quella zuppa lei l’aveva cucinata rientrando a casa dopo dodici ore filate di lavoro. Ruggero alzò gli occhi, si pulì la bocca col dorso della mano e annuì, parlando a bocca piena.
— Mamma ha ragione, Ceci. È più… decoroso. Sono io l’uomo di casa. Spetta a me occuparmi dei soldi.
A Cecilia tremò una palpebra. Lavorava come consulente di vendita in una profumeria di lusso. Grazie all’intelligenza rapida, al carisma naturale e a un talento quasi animale nel leggere le persone e le fragranze, teneva in piedi da sola l’intero reparto di punta del centro commerciale. Imprenditori altolocati e mogli annoiate la chiamavano “Elena la Magnifica” e si fidavano ciecamente dei suoi consigli. Con una sola frase riusciva a piazzare un flacone da 50.000 €.
Ruggero, invece, lavorava in un allevamento avicolo, come responsabile del reparto macellazione. Era sinceramente innamorato della propria importanza e pretendeva ammirazione costante. Ogni sera rientrava impregnato di un aroma complesso di piume e mangime, esigendo elogi per il fatto di “mantenere la famiglia”. Che il suo stipendio bastasse a malapena per le bollette e per le sue sigarette era un dettaglio che preferiva ignorare.
— Ruggero, questa è la mia eredità — disse Cecilia con calma studiata, usando lo stesso tono che faceva sciogliere i clienti. — Me l’ha lasciata zia Margherita. A me, personalmente.
— E allora? — sbottò Paola, togliendosi finalmente quel cappellino assurdo. — Sei sposata! Quindi il “tuo” non esiste. Esiste il “nostro”. E il “nostro” è di Ruggero. Non è ammissibile che una moglie guadagni più del marito. Distrugge le famiglie! Un uomo si sente sminuito.
“Più sminuito di così…”, pensò Cecilia con veleno, ma ad alta voce disse soltanto:
— Paola, non è il momento. Non ho ancora metabolizzato il lutto.
— Non c’è nulla da metabolizzare! — ribatté la suocera, sedendosi su uno sgabello che scricchiolò per protesta. — Bisogna agire finché il ferro è caldo. Ne abbiamo parlato io e Ruggero. Abbiamo deciso che l’appartamento di Genova va venduto. Poi si investono i soldi.
— Investire dove? — chiese Cecilia, già conoscendo la risposta.
— In me! — dichiarò Ruggero con orgoglio. — Ho visto un fuoristrada. Un Patriot nero. Immagina che figura quando arrivo in fabbrica. Non come adesso, da sfigato sull’autobus.
Cecilia chiuse gli occhi. Quell’eredità non era solo un appartamento. Era un’enorme casa d’epoca nel centro di Genova e un conto in banca più che rispettabile. Margherita Barbieri, vedova di un capitano di lungo corso, aveva accumulato un patrimonio che sfiorava i quindici milioni di €.
— Ne parleremo più avanti — tagliò corto Cecilia. — Non adesso.
— Ma che c’è da discutere? — Paola si infervorò. — Vuoi metterti contro la famiglia? Ti sei riempita la testa con quelle sciocchezze di internet? È per il tuo bene, Cecilia. Un uomo con i soldi è sicuro di sé, porta tutto a casa. Ma un uomo con una moglie più ricca… — cercò la parola giusta — …finisce per tradire. Per ripicca!
Fu un colpo basso. Ruggero aveva già “finito per tradire” due anni prima, con una giovane addetta al confezionamento della stessa fabbrica. Cecilia allora aveva quasi chiesto il divorzio. Lui le si era buttato ai piedi, piangendo, giurando che era stato un attimo di follia e che lei era la sua regina. Anche Paola era intervenuta, dando però la colpa… a Cecilia. “Ti sei trascurata, e l’uomo si è spento. Bisogna saperlo ispirare”.
Cecilia lo aveva “ispirato” mettendolo alla porta per due settimane. Ruggero aveva vissuto da sua madre, per poi tornare di corsa, scoprendo che Paola, a differenza di Cecilia, pretendeva che si lavasse i piatti e portasse giù la spazzatura.
Ora la scena si ripeteva, solo con scenografie più costose.
— Mamma, non pressarla — disse Ruggero, improvvisamente magnanimo. — Cecilia è una donna intelligente. Sa cos’è un “bilancio familiare”. — Calcò l’accento su “familiare”. — Basta che mi dia una delega generale per gestire i conti. Al resto penso io.
“Eccoci”, pensò Cecilia.
— Ci rifletterò — rispose fredda.
— Riflettici pure — mormorò Paola, serrando le labbra. — Ma non fare la fine di Vera del terzo pianerottolo. Tutto per sé, tutto per sé… e il marito, umiliato, se n’è andato con una più giovane. E quella sì che era furba: si è fatta intestare tutto subito.
Il circo se ne andò solo dopo un’ora. Cecilia lavava i piatti, strofinando con rabbia le tracce di grasso lasciate nel piatto di Ruggero. In cucina entrarono i figli. Ginevra Marino, diciannove anni, studentessa di medicina, e Tommaso Sanna, ventenne informatico che lavorava da remoto. Vivevano anche loro in quel bilocale, stipati in un’unica stanza. L’eredità di zia Margherita rappresentava l’unica possibilità concreta di separarsi.
— Mamma — disse Tommaso, abbracciandola da dietro. — Promettimi che non lo farai.
— Non farò cosa?
— Dargli quei soldi — intervenne Ginevra con voce dura. Le somigliava in tutto: stessa energia, stesso magnetismo. — Questo “capofamiglia” ha già “investito” il tuo premio l’anno scorso. In quel fantomatico start-up dell’amico. Il chiosco di birra fallito dopo un mese.
— Non è la stessa cosa! — gridò Ruggero dalla stanza accanto, evidentemente in ascolto. — Quello era un affare! Roba da uomini! Qui parliamo di un’eredità!
— Appunto! — urlò Ginevra, senza abbassare lo sguardo, e nell’aria tesa della cucina calò un silenzio carico che prometteva uno scontro inevitabile.
