Sotto la porta, ciò che Valerio aveva lasciato scivolare era un foglio piegato in fretta. Irene lo raccolse solo dopo essersi assicurata che il pianerottolo fosse vuoto. Bastarono poche righe per farle gelare il sangue: “La risolverò comunque. Se non con le buone, davanti a un giudice.” La carta le tremò tra le dita, poi la ripiegò con cura, come se quel gesto potesse contenere la minaccia.
Il mattino seguente fu Nerina Conti, la suocera, a presentarsi in casa. Entrò senza bussare, con quella naturalezza invadente che aveva sempre avuto: in qualche modo possedeva ancora una copia delle chiavi. La madre di Irene provò a fermarla, ma Nerina attraversò il soggiorno con passo sicuro, come se fosse lei la padrona.
— Irene — attaccò con la sua voce aspra e autoritaria —, non capisci la cosa più semplice. La famiglia non è solo marito e moglie. La famiglia siamo tutti noi. Abbiamo sempre vissuto aiutandoci, sostenendoci. È tuo dovere dare una mano a Dario De Luca, e se ti rifiuti, Dio ti presenterà il conto.
Irene si alzò di scatto. La pazienza, ormai, era finita.
— Signora Conti, quei soldi appartengono a me. Me li ha lasciati mia nonna. Non a suo figlio, non a Dario, ma a me soltanto.
Le sopracciglia della donna si contrassero in una piega dura.
— Il denaro mette alla prova le persone. E tu hai fallito — sentenziò. — Sei diventata avara come tuo padre… che riposi in pace.
Quelle parole colpirono Irene come una lama. Per un attimo ebbe l’impulso di scagliarsi contro di lei, ma sua madre si frappose, ferma.
— Basta così — disse con tono glaciale. — In questa casa comando io. Se ne vada immediatamente.
Nerina Conti alzò le braccia al cielo, urlando accuse di ingratitudine e maledizioni, poi sbatté la porta con tale violenza che un po’ d’intonaco si staccò dal soffitto.
Quella sera, mentre Irene sistemava le sue cose in una borsa nuova — aveva deciso di trasferirsi in affitto, per non trascinare anche sua madre in quell’incubo —, il telefono vibrò di nuovo. Numero sconosciuto.
— Pronto? — chiese con cautela.
— Irene Ricci? — rispose una voce femminile giovane e limpida. — Mi chiamo Aurora Fabbri. Lei non mi conosce… abito nello stesso palazzo di Dario.
Irene si irrigidì.
— Perché mi chiama?
— Volevo solo avvertirla. Stasera era fuori dall’edificio con alcuni amici e parlava a voce alta di come “strapparle” quei soldi. Diceva di conoscere qualcuno capace di aiutarlo. Sembrava molto determinato.
Irene ringraziò, chiuse la chiamata e si lasciò cadere sul divano. Il cuore le martellava nel petto. Sapeva bene che Dario non era solo pigro: aveva sempre cercato scorciatoie e, se qualcuno gli avesse proposto una soluzione violenta, non si sarebbe fatto scrupoli.
Il giorno dopo si rivolse a un avvocato consigliato da un collega. Lo studio era saturo di odore di carta vecchia e caffè. L’uomo, sui quarant’anni, con gli occhiali e uno sguardo concentrato, ascoltò tutta la vicenda senza interromperla.
— L’eredità è un suo bene personale — spiegò sfogliando i documenti. — Ma tenteranno di logorarla emotivamente. Potrebbero persino provare la strada del tribunale, sostenendo che, in quanto famiglia, una parte del denaro debba servire a bisogni comuni. Non avrebbero molte possibilità, però la metteranno a dura prova.
Irene abbassò lo sguardo.
— Sono stanca. Ma non cederò.
Lui annuì.
— Fa bene. E c’è un’altra cosa — aggiunse, accennando un sorriso. — Deve smettere di comportarsi da vittima. Difendersi non basta: serve anche agire.
Quelle parole le rimasero impresse.
Quella sera stessa riprese in mano la busta della nonna. Lesse ad alta voce, come fosse una preghiera: “Non dare nulla a chi è abituato a vivere alle spalle degli altri. Ricorda: te li ho lasciati perché tu possa vivere la tua vita.”
All’improvviso le tornò alla mente l’uomo strano con i garofani. Il volto, lo sguardo. C’era qualcosa di non detto, un segreto rimasto sospeso.
Il mattino dopo decise di cercarlo.
Camminò per le vie antiche della città, quelle dove un tempo aveva vissuto sua nonna. In un cortile nascosto dietro un edificio scrostato, una donna anziana sedeva su una panchina. Irene le si avvicinò.
— Mi scusi, saprebbe dirmi chi era quell’uomo… è venuto da me dicendo di aver conosciuto mia nonna?
La donna strizzò gli occhi per mettere a fuoco il ricordo e, dopo un attimo, iniziò a rispondere con voce lenta, come se stesse riaprendo una porta rimasta chiusa troppo a lungo.
