Valerio Marchetti scattò in piedi come morso da una vespa; il viso gli si incendiò di rosso.
— Sei un’ingrata! — sbottò. — Questa famiglia ti ha accolto, si fida di te, e tu rispondi così? È questo il tuo modo di ringraziare?!
Il campanello esplose all’improvviso, con un trillo acuto e insistente che parve tagliare in due l’aria densa della stanza, come se qualcuno avesse voluto spezzare quel silenzio soffocante. Irene Ricci fu la prima a muoversi, quasi di riflesso, e si precipitò ad aprire.
Sulla soglia c’era un uomo sui sessant’anni, avvolto in un impermeabile logoro, con in mano un mazzetto di garofani stanchi, le teste piegate. Sollevò lo sguardo con esitazione.
— Mi scusi — disse con una voce roca —, sto cercando Irene Petrovna.
Irene rimase immobile. L’estraneo la fissava dritto negli occhi; nel suo sguardo si mescolavano disagio e una determinazione trattenuta a fatica.
— Sono… sono io — riuscì a dire lei, quasi senza fiato.
— Allora questi sono per lei — mormorò l’uomo, porgendole i fiori. — Vengono da sua nonna. O meglio, da una delle sue amiche. Mi ha chiesto di consegnarglieli.
Irene prese il mazzo in modo automatico. L’odore era amaro, quasi di cenere, e le salì subito alla testa.
Alle sue spalle, Valerio osservava la scena senza capire.
— Mi perdoni — chiese Irene all’uomo, sforzandosi di mantenere la voce ferma —, lei chi è?
— Io… ero un vecchio conoscente di sua nonna — rispose lui, dopo un attimo di esitazione. — Abbiamo lavorato insieme per molti anni. Ho saputo della sua morte solo ieri.
Si schiarì la gola, poi aggiunse, come se fosse la parte più difficile:
— Ho anche una busta. Mi ha raccomandato di darla a lei, di persona.
Irene allungò la mano e prese la busta. La carta era consumata; sopra riconobbe subito la grafia della nonna, decisa, leggermente inclinata verso destra. Il cuore le martellava così forte che le sembrò impossibile non farsi sentire.
Valerio cercò di sbirciare oltre la sua spalla, ma Irene strinse la busta al petto.
— È mia — disse, con una fermezza che sorprese persino lei.
Per la prima volta da quando si erano sposati, Valerio fece un passo indietro.
L’uomo salutò in fretta e se ne andò, lasciandosi dietro l’odore di pioggia dell’impermeabile e quello dolciastro dei garofani. Irene chiuse la porta, vi si appoggiò con la schiena e scivolò lentamente fino a sedersi sul pavimento.
Aprì la busta. Dentro c’era un foglio piegato in due, scritto dalla nonna:
“Piccola mia, so che il denaro che ti lascio non sarà solo un dono, ma anche una prova. Abbi il coraggio di difenderti. Non darlo a chi è abituato a vivere alle spalle degli altri. Ricorda: l’ho lasciato a te perché tu possa vivere la tua vita. Con amore, la nonna.”
Quelle parole sembravano incise nella carta, come se bruciassero.
Irene alzò gli occhi. Valerio era davanti a lei, le sopracciglia corrugate, il volto teso, carico di domande e pretese non dette.
Qualche ora dopo, Irene sedeva nella cucina di sua madre, stringendo la tazza di tè con entrambe le mani, come se potesse strapparle ancora un po’ di calore. Fuori, la pioggia rigava il vetro; pochi passanti affrettavano il passo sotto gli ombrelli. Accanto a lei, la madre affettava mele in silenzio, fingendo calma, ma negli occhi le tremolava quell’ansia tipica di chi vede il proprio figlio entrare nella tempesta.
— Irene, ti vedo resistere — disse piano. — Ma questo è solo l’inizio. Valerio e la sua famiglia non molleranno.
Irene sospirò.
— Mamma, io lì non ci torno più. Né da lui, né dai suoi genitori.
— Lo capisco — annuì la donna. — Ma loro non lo capiranno.
Come a darle ragione, il telefono nel corridoio iniziò a squillare. Irene guardò il display: “Valerio Marchetti”. Abbassò il volume e lo posò sul tavolo.
— Vedi? — la madre allargò le mani. — Devi prepararti.
Due giorni dopo, Valerio si presentò di persona. Stava davanti alla porta, la camicia stropicciata, la barba incolta, negli occhi un miscuglio di rabbia e disperazione.
— Irene! — gridò, colpendo il legno con il pugno. — Non hai il diritto di fare questo! Quei soldi non sono solo tuoi!
Lei non aprì. Rimase dall’altra parte, ascoltando la sua voce salire e poi spezzarsi, mentre dentro di sé sentiva ribollire insieme la paura e una nuova, ostinata determinazione.
Dopo qualche minuto Valerio se ne andò, ma prima fece scivolare qualcosa sotto la porta, lasciando dietro di sé una promessa muta che Irene sapeva avrebbe avuto conseguenze.
