Mio marito era partito per assistere la madre gravemente malata. Trascorse quattro settimane intere senza una telefonata degna di questo nome, senza una visita, senza un segnale reale della sua presenza. Alla fine non riuscii più a restare ferma: presi nostra figlia e decisi di raggiungerlo. Avevo pensato di fargli una sorpresa, ma quando arrivammo davanti alla casa notai che la porta era socchiusa; istintivamente rallentai il passo e mi fermai, cogliendo voci provenire dall’interno…
Mi chiamo Elena Farina e lavoro come infermiera in una clinica cittadina. Il mio impiego è tutt’altro che semplice: turni notturni frequenti, ritmi estenuanti, responsabilità continue che non lasciano spazio alla leggerezza. Eppure ho sempre saputo perché lo facevo. Ogni volta che rientravo a casa stremata, quasi trascinando i piedi, ad accogliermi c’era immancabilmente il sorriso luminoso di mia figlia Giada Marchetti, sette anni appena compiuti, capace di cancellare in un attimo ogni fatica.
— Mamma, guarda cosa ho disegnato oggi all’asilo! — esclamava felice non appena varcavo la soglia, porgendomi un nuovo foglio colorato. In quei disegni comparivamo sempre noi tre: mano nella mano, sorridenti, uniti.
— È bellissimo, amore mio. Sei davvero bravissima — le rispondevo, fissando con cura il disegno alla parete della cucina, accanto agli altri. Col tempo quel muro si era trasformato in una piccola esposizione della nostra serenità familiare.
Davide Sorrentino mancava da casa da un mese esatto. Trenta giorni di silenzio, di stanze vuote, privi della sua voce e della sua risata. Mio marito lavorava come manager in una grande compagnia assicurativa. Ci eravamo conosciuti all’università, durante il primo anno. All’epoca mi era sembrato una roccia: pacato, affidabile, educato. Mi aveva conquistata con la sua gentilezza discreta, con i fiori portati senza motivo e le cene organizzate con cura. Dopo anni di relazione avevamo deciso di sposarci, certi di costruire qualcosa di solido. Con la nascita di Giada avevamo cercato di far convivere carriera e famiglia, tanto che spesso i vicini ci indicavano come esempio.

— I Farina, quella sì che è una famiglia vera — mi capitava di sentire.
Ed eravamo felici… o almeno io credevo lo fossimo. Le rare ombre di dubbio che talvolta mi sfioravano la mente venivano subito scacciate. Poi, un mese prima, tutto era cambiato improvvisamente. Come un fulmine era arrivata la notizia: la madre di Davide, Renata Vitali, era in condizioni serie. Rimasta vedova anni addietro, viveva sola nella sua casa a Faenza, a circa tre ore di distanza da noi. Era una donna dura, autoritaria, non semplice da gestire, ma per amore di Davide avevo sempre cercato di mantenere rapporti civili.
Ricordo bene quel giorno. Davide mi si avvicinò con il volto teso, le spalle rigide.
— Elena, mamma sta molto male. Ha bisogno di qualcuno che le stia accanto costantemente. Andrò da lei per un po’.
La notizia mi colse di sorpresa.
— Perché non me ne hai parlato prima? — domandai cercando di restare calma. — Potevamo andare insieme, organizzare un aiuto, magari una badante. Avrei potuto chiedere ferie.
Lui abbassò lo sguardo, fingendo di osservare il tappeto.
— No, non serve. Sarà una cosa breve. In questo momento non vuole estranei intorno. Me ne occupo io.
Il suo modo di parlare mi mise in allarme. Non era brusco, ma distante, come se tra noi fosse calato all’improvviso un velo invisibile. Decisi però di attribuire tutto alla preoccupazione per la madre. Lo abbracciai, lo baciai sulla guancia e gli promisi che l’avrei chiamato ogni giorno.
All’inizio mantenne i contatti. Telefonate rapide, frasi essenziali: Renata Vitali era debole, la pressione instabile, ma nulla di ingestibile. Poi le chiamate iniziarono a diradarsi. I messaggi si fecero sempre più brevi. A volte spariva per giorni, giustificandosi con la stanchezza o con problemi di linea.
Passò una settimana. Poi la seconda. Poi la terza.
Cercavo di non farmi travolgere dai pensieri, ma dentro di me cresceva un’ansia sorda. Giada iniziò a chiedere sempre più spesso quando sarebbe tornato il papà. Io le sorridevo, le accarezzavo i capelli e le ripetevo che sarebbe stato presto, anche se, in cuor mio, non ne ero più così certa.
