…era stato davvero così: un dono pensato per il futuro.
Per il nostro futuro, aveva detto sua madre quando aveva venduto la stanzetta nella vecchia casa condivisa, consegnandole quei soldi come una promessa.
Emanuele rimase in silenzio, senza replicare.
— L’atto l’abbiamo intestato a me — riprese Rachele con tono pacato — perché in quel periodo tu non avevi un lavoro stabile. Cercavi ancora la tua strada. E in banca servivano documenti, buste paga, garanzie per il mutuo. Io le avevo. Tu no. Ora te lo ricordi?
Lui esitò.
— Però… noi avevamo deciso insieme… avevamo un accordo…
— Certo — annuì lei. — L’accordo era che fosse una cosa nostra. E lo è stata, finché non sei stato tu a voler dividere tutto come se fossimo due estranei.
Rachele tornò a sedersi, prese la tazza tra le mani. Il caffè era ormai freddo, ma ne bevve comunque un sorso.
— Sai, Emanuele — disse dopo un attimo — credo di aver capito che, su una cosa, hai ragione. È davvero arrivato il momento di separarci.
— Davvero? — si illuminò lui, anche se nei suoi occhi passò un’ombra d’inquietudine.
— Sì. E visto che desideri tanto ricominciare, facciamolo in modo limpido. Io resto qui. Questa casa è mia. Tu, invece, ti cerchi un posto tuo. Da solo. Con i tuoi mezzi.
— Rachele, ma possiamo parlarne con più calma, da persone civili…
— E cosa c’è di incivile? — sorrise lei. — Vuoi libertà, ed è quello che ottieni. Senza condizioni.
Emanuele si sedette di fronte a lei. La camicia elegante che indossava, all’improvviso, gli parve fuori luogo.
— Ma adesso non ho soldi per un altro appartamento…
— Io, invece, non ho alcuna intenzione di mantenerti. L’hai detto tu: siamo adulti.
— Pensavo che avremmo risolto tutto senza arrivare a questo…
— È esattamente quello che stiamo facendo. Nessuna scenata, nessuna lite. Ognuno prende ciò che ha scelto. Tu volevi che me ne andassi. Alla fine, sei tu che stai facendo le valigie. Dov’è l’ingiustizia?
Rachele si alzò, portò la tazza nel lavello. Sul telefono lampeggiava l’avviso della consegna della spesa, l’ordine fatto il giorno prima per il pranzo.
— Ho bisogno di pensarci — mormorò lui.
— Certo — rispose lei, sciacquando la tazza. — Solo, non perdere troppo tempo. Oggi pomeriggio arrivano delle amiche. Preferirei evitare discussioni davanti a loro.
Emanuele si rifugiò in camera. Rachele lo sentì parlare al telefono, a bassa voce ma con evidente agitazione. Quando la spesa arrivò, iniziò a tagliare le verdure. I gesti erano lenti, regolari, quasi rilassanti.
Dopo mezz’ora lui tornò in cucina.
— Rachele, e se avessimo deciso tutto troppo in fretta? Possiamo riparlarne?
Lei non alzò lo sguardo dal tagliere.
— Di cosa, esattamente? — disse. — Tu hai già scelto. E io sono d’accordo.
