— Glielo dirò io — rispose il medico con voce controllata — quando sarò certo di poterne sostenere il peso.
Un’ora più tardi, rientrati nell’appartamento, Silvia Moretti aiutava Tommaso Rinaldi a raggiungere la sua stanza. Si muoveva con attenzione, come se temesse di spezzare qualcosa di fragile. Lui, insolitamente, non disse una parola. Quando lei si voltò per uscire, convinta che avesse bisogno di riposo, la sua voce la fermò all’improvviso, limpida, senza esitazioni.
— Mamma.
Silvia si arrestò sulla soglia.
— Sai — iniziò Tommaso, parlando piano e fissando il pavimento — anche se un giorno non dovessi più sentire la musica… resterebbe comunque il modo in cui ti muovi per casa. I tuoi passi in cucina, le brontolate contro il bollitore, le liti infinite con il gatto. Per me sarebbe abbastanza.
Le ginocchia di Silvia cedettero. Si lasciò cadere su una sedia e si coprì la bocca con una mano, come per trattenere un singhiozzo.
— Tommaso… — sussurrò, la voce spezzata — mi senti davvero?
Lui sollevò lo sguardo e, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise senza difese.
— Ti sento da molto, mamma. Prima ero io a non ascoltare. Oggi ho deciso di farlo sul serio.
Silvia non gli corse incontro, non lo strinse. Rimase immobile, aggrappata allo schienale della sedia per nascondere il tremore delle dita.
— Ricordatelo allora — disse espirando lentamente — tu non sei un problema. Sei la mia vita. E se un giorno il silenzio dovesse vincere, imparerò a parlarti in altro modo: con le mani, con gli sguardi, persino ballando in cucina.
Tommaso rise piano, con le lacrime agli occhi.
— Allora sarò io il regista del tuo silenzio — mormorò. — Perché adesso lo so: tra noi non c’è vuoto. C’è qualcosa che fa più rumore di qualsiasi melodia.
Quella sera riaccese il vecchio portatile. Le icone familiari illuminarono lo schermo. Indossò le cuffie, poi le tolse e le posò accanto. Dal corridoio arrivavano i passi di sua madre, il tintinnio di una tazza, il miagolio indignato del gatto. Avviò una registrazione e restò ad ascoltare casa. Non era più un sottofondo. Era la promessa silenziosa di un luogo che non lo sopportava a fatica, ma lo stava aspettando.
