Uscì nel corridoio trascinando il respiro, con un sospiro volutamente pesante. Poi, modulando la voce perché arrivasse fino alla stanza lasciata con la porta socchiusa, si rivolse a Silvia Moretti:
— Per ora l’udito è ancora molto debole — disse con tono professionale. — È probabile che non colga i sussurri, solo i suoni più forti. Dovrà affrontare un percorso di riabilitazione lungo e impegnativo.
Silvia chiuse gli occhi come se le mancasse l’aria e si lasciò cadere sulla sedia, stremata.
— Capisco — mormorò appena.
Fu in quell’istante che le cose presero una direzione inattesa, lontana da ciò che Tommaso Rinaldi si aspettava di sentire.
— Sono una pessima madre, vero? — le parole le scivolarono fuori all’improvviso, con la voce incrinata. — Ho sbagliato tutto. Avrei dovuto accorgermene prima, capire che qualcosa non andava. Passava ore con le cuffie alle orecchie e io pensavo fosse solo un capriccio dell’età. E adesso… adesso magari non riesce nemmeno a sentire me.
— Non si attribuisca colpe che non ha — rispose il medico con calma. — Le malattie accadono, anche quando nessuno sbaglia.
— Perché proprio a lui? — Silvia si coprì il volto con le mani. — Non può immaginare quanto fosse legato alla musica. Sognava di diventare tecnico del suono. La sera restava davanti a un vecchio portatile, mescolava rumori, registrava tracce e poi me le mandava sul telefono chiamandole i suoi “capolavori”. Io ridevo… ero convinta che fosse una fase. E ora continuo a pensare una sola cosa: qualunque cosa succeda, purché non finisca. Purché possa ancora sentirmi dirgli che sono fiera di lui.
Dietro la porta, Tommaso si ritrasse istintivamente e strinse le dita al bordo del lettino. Il cuore gli martellava in gola. Non era questo lo sfogo che aveva previsto. Si era preparato a frasi di stanchezza, di peso, di fatica. Invece stava ascoltando il proprio sogno, pronunciato ad alta voce da sua madre.
— Glielo dice mai? — domandò il medico con delicatezza.
— No — ammise Silvia in un soffio. — Ho sempre paura di spaventarlo. Temo che, se gli confessassi quanto ho paura io, finirebbe per sentirsi un peso. A casa mi muovo con estrema cautela, come se ogni parola potesse ferirlo, e questo silenzio mi segue anche adesso.
