…alla sua parte.
«Quale diritto?» sbottò Beatrice Santoro dall’altra parte della linea. «Hai pagato tutto tu!»
«Non è vero» replicò Emanuele, con la voce tesa. «Elena ha versato esattamente la metà. È tutto documentato, fatture, bonifici, ogni singola cosa.»
Seguì un attimo di silenzio, poi la madre esplose quasi urlando: «Era tutto calcolato! Lo ha fatto apposta, così un giorno avrebbe potuto portarti via ogni cosa!»
«Basta, mamma!» Emanuele perse la pazienza. «Se Elena se n’è andata è per colpa tua. Della tua arroganza, delle tue offese continue!»
«Io?» si indignò Beatrice. «Io ho sempre voluto solo il vostro bene!»
«Ogni volta che vi vedevate la umiliavi» ribatté lui. «La chiamavi morta di fame, quando guadagna più di Giada!»
«Non osare paragonare quella nullità a tua sorella!» gridò Beatrice.
Emanuele chiuse la chiamata di colpo, con un gesto secco.
Due settimane più tardi ricevette una telefonata da un numero sconosciuto.
«Buongiorno, Emanuele Lupi» disse una voce calma e professionale. «Sono Bruno Palmieri, legale della signora Elena Longo. Dovremmo incontrarci per discutere la divisione dei beni mobili e immobili.»
«Ha già deciso di chiedere il divorzio?» chiese lui, con un nodo allo stomaco.
«Non ancora. Al momento intende separare il patrimonio comune e trasferirsi altrove. Se accetterà una soluzione consensuale, il divorzio potrebbe persino essere evitato.»
«Io… vorrei parlarle direttamente.»
«La signora Longo non desidera incontri personali. Ogni comunicazione passerà tramite il mio studio.»
Emanuele accettò. Il giorno stabilito si presentò nella sala riunioni dello studio legale. Elena non c’era; al suo posto, Bruno Palmieri, giovane, sguardo lucido e tagliente.
«Veniamo al punto» esordì l’avvocato. «La mia assistita è disposta a lasciarle l’appartamento per intero, a fronte di un indennizzo economico.»
«Di che cifra parliamo?»
«Quindici milioni di euro.»
Emanuele sgranò gli occhi. «Ma l’immobile ne vale venticinque!»
«Esatto. La metà sarebbe dodici milioni e mezzo. I restanti due milioni e mezzo rappresentano un risarcimento morale per quattro anni di umiliazioni sistematiche da parte di sua madre, che lei non ha mai fermato.»
«Questo è ricatto.»
«È una proposta. Può rifiutarla, e allora ci vedremo in tribunale. Disponiamo di registrazioni audio, messaggi, testimonianze. Un giudice potrebbe riconoscere una somma ben più alta.»
«Che registrazioni?»
Palmieri avviò un file sul telefono. La voce di Beatrice Santoro riempì la stanza: insulti, parole sprezzanti, “parassita”, “pezzente”, “vipera”.
«Da dove vengono?» mormorò Emanuele.
«Elena ha registrato ogni incontro negli ultimi due anni. Per tutelarsi. Sapeva che prima o poi sarebbe servito.»
Emanuele firmò tutto. Un mese dopo, il denaro fu trasferito e Elena rinunciò ufficialmente alla sua quota dell’appartamento.
Tentò di scoprire dove vivesse, provò perfino a seguirla, ma sembrava svanita nel nulla. Il negozio di fiori continuava a lavorare, ma la proprietaria non si vedeva mai: a occuparsene era Serena Benedetti.
Ed è allora che cominciarono i guai veri.
L’Agenzia delle Entrate si presentò senza preavviso. Emersero operazioni finanziarie irregolari: Beatrice Santoro, che da anni “aiutava” il figlio con la contabilità, aveva fatto transitare attraverso l’azienda somme ingenti per favorire alcune amiche.
«Mamma, cos’è tutta questa roba?» le chiese Emanuele, sventolandole i documenti sotto il naso.
«Il cuore sarà pure malandato, ma la testa funziona!» urlò lei. «Credevo fossero spiccioli rispetto ai guadagni della tua società!»
La sanzione ammontava a otto milioni di euro, più interessi e il rischio concreto di un procedimento penale.
Giada Rinaldi, appena venuta a sapere del disastro fiscale, fece le valigie e volò da un’amica a Miami, lasciando a Pietro Zanetti il conto delle sue carte di credito.
«Ti rendi conto che potrei finire in carcere?» disse Emanuele, disperato.
«Esageri come sempre» minimizzò Beatrice. «Pagherai la multa e la cosa finirà lì.»
«Con che soldi?» esplose lui. «Ho appena dato quindici milioni a Elena e ora altri otto allo Stato!»
Ci vollero sei mesi per rimettere insieme i pezzi. Vendette l’auto, accese prestiti, diede in pegno la sua quota aziendale. Beatrice, improvvisamente, divenne più silenziosa e smise di chiamarlo di continuo: aveva capito che il figlio non era più una gallina dalle uova d’oro.
Un anno dopo, quando la situazione si era almeno stabilizzata, Emanuele incontrò per caso Serena Benedetti davanti a un centro commerciale.
«Ciao» disse lui.
«Ciao» rispose lei, fredda, già pronta ad andarsene.
«Aspetta… come sta Elena?»
Serena lo squadro dalla testa ai piedi. «Benissimo. È felice.»
«Potresti dirle che vorrei parlarle? Incontrarla?»
«Glielo dirò.»
Si videro una settimana dopo, in una piccola caffetteria. Elena era splendida: serena, riposata. Al dito portava un anello nuovo che catturava la luce.
«Grazie per essere venuta» iniziò Emanuele. «Volevo chiederti scusa. Per tutto. Avevi ragione tu. Mia madre è… insopportabile.»
«Apprezzo che tu lo riconosca.»
«Forse potremmo riprovarci» azzardò. «Sono cambiato, ho capito tante cose.»
«Emanuele» lo interruppe con dolcezza, «noi viviamo in mondi diversi. Tu sceglierai sempre tua madre. Io ho bisogno di un uomo che scelga me.»
«Ma io ti amo.»
«Io no, ormai.» Indicò l’anello. «Divorziamo senza guerre, va bene?»
Emanuele annuì. Non c’era alternativa.
Firmò i documenti un mese più tardi. Quella stessa sera Beatrice lo chiamò di nuovo, lamentando l’ennesimo problema con l’amministratore del condominio.
«Mamma» disse lui, piano, «sono stanco.»
Nel frattempo, Elena Longo era in fila all’ufficio di stato civile con i documenti per il nuovo matrimonio. Accanto a lei, mano nella mano, c’era Tommaso Amato, chirurgo, alto, dallo sguardo gentile: un uomo che non le aveva mai urlato contro e che considerava il suo lavoro tra i fiori una professione vera, degna di rispetto.
