quando finalmente se ne sarebbe accorta, i soldi sarebbero già stati lontani, ben al sicuro nelle loro mani. Avrebbero raccontato che erano stati investiti nella costruzione di una villetta: le avrebbero mostrato un basamento in cemento, qualche rendering patinato stampato su carta lucida. Tra permessi, lavori che procedono a rilento e imprevisti vari, il tempo sarebbe scivolato via. Anni. Forse decenni.
Renata Marchetti si portò una mano alla bocca per soffocare un grido. Quello che aveva appena ascoltato non era una semplice mancanza di lealtà. Era un furto studiato nei dettagli, freddo, calcolato. Non si trattava solo di vendere il suo appartamento alle sue spalle: l’obiettivo era svuotarla completamente, lasciandola senza nulla, protetti dietro la favola di un “cantiere” che, con ogni probabilità, non esisteva nemmeno su un foglio.
“Debiti.”
La parola, pronunciata giorni prima da Susanna Vitali, riaffiorò all’improvviso.
“Per sistemare le tue questioni”, aveva detto.
Una settimana prima Renata aveva notato per caso una lettera della banca intestata proprio a Susanna Vitali, abbandonata sul mobile dell’ingresso. Non l’aveva aperta: le era sembrato scorretto, invadente. Ora però ogni tessera trovava il suo posto. La suocera, tanto parsimoniosa da rimproverarla perfino per l’acquisto del formaggio, si era cacciata in qualche guaio serio. Un investimento fasullo? Una catena di prestiti? O peggio ancora una di quelle truffe finanziarie mascherate da occasione irripetibile. E per salvarsi, aveva deciso di sacrificare l’unica cosa davvero di valore: la casa della nuora.
E Claudio Pellegrini? L’uomo che Renata aveva amato, quello premuroso, attento, sempre pronto a rassicurarla? Aveva accettato tutto. Senza esitazioni.
“Figlio di mamma”, pensò con amarezza.
No, era qualcosa di peggio. Era un complice.
Si mosse in silenzio, facendo attenzione a non far scricchiolare il parquet, e tornò in camera da letto. Il cuore le martellava nel petto con una forza tale da farle temere di spezzarsi le costole. Un impulso violento le attraversò la mente: irrompere in cucina, rovesciare il tavolo, urlare tutto quello che aveva sentito, sputare in faccia a entrambi la loro meschinità. Ma si fermò.
No. Le urla non avrebbero portato a nulla. Si sarebbero difesi, avrebbero mentito, avrebbero fatto leva sui sentimenti. “Lo facciamo per il bene di tutti.” “È per la famiglia.” “Hai capito male.” Claudio avrebbe magari pianto, Susanna si sarebbe portata una mano al petto, fingendo un malore. E lei, conoscendo il proprio carattere conciliante, avrebbe potuto cedere. Avrebbe potuto crederci.
Le serviva lucidità. Freddezza.
Si sedette sul bordo del letto e inspirò a fondo, più volte. Loro volevano giocare sporco? Bene. Avrebbe accettato la partita. Ma le regole le avrebbe decise lei.
— Renata, sei sveglia? — Claudio comparve sulla soglia con la solita espressione gentile. In mano teneva una tazza fumante. — Ti ho preparato il caffè. Come piace a te, con un pizzico di cannella.
Com’era possibile? Come poteva sorriderle così, guardarla negli occhi, sapendo che di lì a poco avrebbe cercato di strapparle il tetto sopra la testa? Renata lo osservò attentamente e, per la prima volta, non vide suo marito. Vide un estraneo, viscido, inafferrabile.
— Grazie, — rispose, costringendosi a ricambiare il sorriso. Era rigido, artificiale, ma Claudio non se ne accorse. Era troppo concentrato nella sua parte.
— A proposito, — disse appoggiando la tazza sul comodino e sedendosi accanto a lei, prendendole la mano. Il palmo era leggermente umido. — Ho preparato un po’ di documenti per l’Agenzia delle Entrate. Ricordi il rimborso per le cure dentistiche? La scadenza è vicina. Ho compilato tutto io, devi solo firmare.
Eccolo. Il momento tanto atteso.
— Certo, amore, — rispose Renata, liberando con naturalezza la mano, fingendo di sistemarsi i capelli. — Portami pure le carte. Firmo subito e poi puoi inviarle.
Claudio si illuminò. Scattò in corridoio e tornò dopo meno di un minuto con una cartellina sottile.
— Allora, guarda: qui c’è la richiesta, qui l’elenco degli allegati… e questo, — disse porgendole un foglio coperto in alto da un altro documento che ne nascondeva l’intestazione, — è solo il consenso al trattamento dei dati per l’intermediario che presenterà la pratica. Firma in fondo.
Renata prese la penna. I suoi occhi scorsero rapidamente le righe fitte del testo. Le lettere erano piccole, ma alcune parole balzarono fuori con una chiarezza tagliente:
“…autorizzo il sig. Cesare Conti a rappresentarmi presso qualsiasi ente… con facoltà di alienare beni immobili… incassare somme…”
Una stretta allo stomaco.
Era una procura generale. Completa. Redatta con una forma che lasciava intendere l’intervento di un professionista, forse un notaio compiacente o un modulo preparato in anticipo per essere “sistemato” dopo. In ogni caso, non era un semplice foglio innocuo.
Non importava nemmeno capire fino in fondo ogni passaggio. L’intenzione era chiara. Ed era quella che contava.
Renata sollevò lo sguardo lentamente.
— Claudio, — disse con voce apparentemente calma. — Perché qui è scritto “…”
