— Non si accorgerà di nulla, mamma, stai tranquilla. Le metterò sotto il naso i documenti stasera, quando sarà distrutta dopo il bilancio. Le dirò che sono carte per la detrazione fiscale: non leggerà nemmeno una riga, firmerà dove ci sono le crocette e fine della storia.
Renata Marchetti rimase immobile davanti alla porta della cucina, socchiusa. Per un istante ebbe la sensazione che il cuore si fosse fermato, poi ripartì a martellare così forte da risalirle in gola, togliendole il respiro. Quella voce — melliflua, pacata, con un sottofondo di finta umiltà — era quella di suo marito, Claudio Pellegrini. L’uomo con cui condivideva il letto, il caffè del mattino e i progetti per il domani da tre anni.
— Ne sei proprio sicuro, tesoro? — la voce della suocera, Susanna Vitali, aveva tutt’altro timbro. Nessuna traccia della dolcezza mielosa che riservava di solito alla nuora durante le visite. Era un tono secco, pratico, metallico, come il rumore di una cassa automatica. — L’appartamento è in centro, l’acquirente non aspetterà all’infinito. Ha già versato la caparra. Se Renata fa storie, dovremo restituire il doppio. E io quei soldi non li ho, lo sai bene.
— Non farà storie, — liquidò Claudio, e Renata sentì il tintinnio del coperchio del bollitore. — Si fida di me. Crede che stiamo solo allargando gli spazi. Quando capirà che la casa è stata venduta e che i soldi sono serviti a coprire il tuo… be’, quel problema lì… sarà troppo tardi. Piangerà un po’, poi le passerà. Dove vuoi che vada? Siamo una famiglia.
Renata arretrò lentamente, rifugiandosi nel corridoio in penombra. Le gambe le sembravano di gomma, come se qualcuno le avesse tolto la struttura dall’interno. Nella testa rimbalzava una sola frase: “Dove vuoi che vada?”.

“Quel problema lì”? Quale problema? E perché il suo appartamento, ereditato dalla nonna — l’unico luogo che avesse mai sentito davvero suo, il suo rifugio — era diventato all’improvviso una pedina nelle manovre segrete di suo marito e di sua suocera?
All’inizio, tre anni prima, Susanna Vitali le era sembrata la suocera ideale. Non invadeva, non telefonava senza motivo, non dispensava consigli non richiesti. Mandava sempre a Claudio vaschette di cibo fatto in casa. “Una donna d’oro”, pensava allora Renata, felice di essere stata così fortunata. Le amiche la spaventavano con racconti di suocere tiranniche, ossessionate dalla polvere sugli armadi. Lei, invece, aveva Susanna: una donna sorridente, un po’ in carne, dallo sguardo apparentemente gentile.
I primi campanelli d’allarme erano suonati circa sei mesi prima. In modo graduale. Susanna aveva cominciato a lamentarsi della salute. «Il cuore mi fa i capricci, la pressione sale e scende, da sola in un bilocale mi prende l’ansia di notte». Claudio, ovviamente, aveva proposto subito di ospitarla. «Solo per un po’, Renata, finché i medici non chiariscono la situazione». Renata aveva accettato. Come si può dire di no a una persona malata?
Quel “per un po’” si era dilatato senza confini. Susanna aveva preso possesso del soggiorno. Le sue cose — scatole di medicine, centrini all’uncinetto, immagini sacre, album di fotografie ingiallite — si erano diffuse in ogni angolo dell’appartamento, come un’umidità persistente. Ma la cosa peggiore era stato il cambiamento dell’aria in casa.
— Renatina, hai comprato di nuovo questo formaggio così caro? — sospirava la suocera rovistando nelle buste della spesa. — Ma perché buttare via i soldi? Al discount sotto casa lo trovi in offerta a metà prezzo. Non sai proprio risparmiare, cara. Claudio si spacca la schiena dal mattino alla sera e i soldi se ne vanno in fumo.
Renata taceva. Il suo stipendio le permetteva tranquillamente di scegliere cosa mangiare. Ma ribattere a una “malata” le sembrava meschino.
E Claudio, che prima prendeva sempre le sue difese, aveva iniziato ad annuire alle parole della madre.
— Renata, dai, mamma non ha tutti i torti. Dobbiamo mettere da parte qualcosa. Non sognavamo una casa nostra? Grande, con il giardino?
Quel sogno era stato condiviso. Ma ora, nascosta nel corridoio ad ascoltare, Renata capiva che era solo un’esca. Un amo ben nascosto per agganciare la sua fiducia.
— E se va da un avvocato? — chiese di nuovo Susanna. — Ha un’amica, quella Greta Caruso, che lavora con i legali.
— Ma figurati, mamma, — rise piano Claudio. — Le faccio firmare una procura generale. Te l’ho detto: infilo il foglio in mezzo alle carte delle dichiarazioni fiscali. Metterà la firma senza pensarci. Con quella posso gestire l’immobile come voglio. La vendita la seguo io, lei non dovrà nemmeno presentarsi, e allora tutto sarà già deciso.
