Le parole rimaste leggibili si susseguivano come appunti lanciati nel buio: “aiuto”, “fermati”, “ferito”, “sentiamo delle voci”. La grafia, irregolare ma riconoscibile, non lasciava dubbi: era quella di Emanuele Santoro.
Una riga, più sotto, gelò chiunque fosse lì a leggere:
“Non riesco a muovermi.
Lei deve restare…”
La frase si spezzava bruscamente, come se la mano avesse perso forza all’improvviso.
«Emanuele era ferito», mormorò Giorgio Barbieri, abbassando lo sguardo. «E Vittoria Grassi… a quanto pare, respirava ancora.»
Eppure, nella cavità non c’era traccia di corpi. Nessun resto, nessun segno conclusivo.
A rendere la scoperta ancora più inquietante c’era un dettaglio inciso nella roccia: una serie di tacche verticali, ripetute con ostinazione lungo una parete laterale. Tre segni alla volta, poi di nuovo, e ancora. Almeno una trentina. Un conteggio paziente, disperato. Circa un mese di attesa forzata.
Con l’aumentare della tensione, le squadre ampliarono il raggio delle ricerche. Fu allora che emerse un elemento estraneo: una corda moderna, fissata di recente, che non apparteneva né agli scomparsi né ai soccorritori.
«Qui c’è passato qualcun altro», disse Barbieri, osservando la pietra muta. La montagna, come sempre, non rispose.
Il giorno seguente, però, qualcosa cambiò. Il terzo giorno risultò decisivo. In alto, lungo un passaggio verticale impervio, venne individuata un’impronta leggera, fresca. Troppo recente per risalire a cinque anni prima. E troppo piccola per essere quella di un adulto.
Poche ore dopo, sotto pietre smosse, affiorò un minuscolo ciondolo a forma di stella. Era quello di Vittoria. Non se ne separava mai.
Poi arrivò la scoperta che fece calare il silenzio su tutta la zona. Su una cengia nascosta da arbusti secchi giaceva un kit di pronto soccorso in metallo, arrugginito ma sistemato con cura. Dentro: bende, farmaci sparsi… e un foglio piegato, protetto dalla plastica.
Barbieri lo aprì. La scrittura tremante era inconfondibile, ancora una volta di Emanuele:
“Se qualcuno troverà questo, aiutatela.
Non è colpa sua.
È tornato, ma non era più lo stesso.
Non siamo riusciti a scendere.
Abbiamo provato a chiamare.”
Il messaggio si interrompeva lì, lasciando dietro di sé un silenzio carico di presagi.
