Il pallore le aveva invaso il volto e le mani le tremavano senza controllo.
— Marta, non dovevi arrivare a tanto — mormorò Enrico, con un filo di voce. — Mia madre voleva solo fare del bene.
— Del bene? — Marta scoppiò in una risata amara, priva di qualsiasi allegria. — A chi, esattamente? A Camilla? A voi due? O forse anche a me?
— A tutti — insistette lui, cercando di mantenere la calma.
— A tutti… tranne che a me — ribatté Marta, scuotendo lentamente la testa.
Si avvicinò alla porta d’ingresso e la spalancò con un gesto netto.
— Silvia Coppola, la invito ad andarsene — disse, con una freddezza che non ammetteva repliche.
La suocera afferrò la borsa con uno scatto secco e lanciò a Marta uno sguardo carico di rancore.
— Sei una persona orribile. Senza cuore.
Uscì sbattendo violentemente la porta. Marta la richiuse con calma e poi vi si appoggiò contro, sentendo il respiro spezzarsi e il cuore martellarle nel petto. Inspirò a fondo più volte, cercando di ritrovare l’equilibrio.
Enrico era rimasto immobile al centro del soggiorno, gli occhi fissi su di lei.
— Perché sei stata così dura con mia madre? — chiese infine.
— Perché lei è stata crudele con me — rispose Marta, senza alzare la voce.
— Voleva solo aiutare mia sorella.
— A mie spese, Enrico. A mie spese, capisci?
— Siamo una famiglia. Dovremmo sostenerci a vicenda.
— Sostenersi non significa sacrificare tutto ciò che è tuo — replicò lei.
— Non tutto. Solo fare uno scambio.
— Non voglio scambiare l’appartamento! Quante volte devo ripeterlo?
Enrico si lasciò cadere sul divano, passandosi una mano sul volto stanco.
— Allora non intendi aiutare Camilla? — disse dopo un attimo. — Forse dovremmo chiederci se abbia senso continuare a stare insieme.
Quelle parole, pronunciate quasi sottovoce, colpirono Marta come uno schiaffo. Lo guardò e faticò a riconoscere l’uomo con cui aveva condiviso gli ultimi due anni.
— Questo è un ultimatum?
— È una domanda.
— Allora la risposta è no. Non ha senso.
Enrico alzò lo sguardo, sorpreso.
— Dici sul serio?
— Assolutamente. Se per te il matrimonio significa che io debba rinunciare alla mia casa, allora questo matrimonio non mi serve.
— Marta…
— Basta così, Enrico. Ho detto tutto.
Lui si alzò e andò in camera da letto. Marta sentì l’anta dell’armadio aprirsi, il fruscio delle borse. Dopo una ventina di minuti tornò con un borsone in mano.
— Starò da mia madre per un po’.
— Quanto durerà, dipende solo da te — rispose lei.
Enrico la guardò, come se volesse aggiungere qualcosa, ma alla fine tacque. Indossò il cappotto, prese le chiavi e si fermò un istante sulla soglia.
— Se cambi idea, chiamami.
— Non succederà.
La porta si chiuse. Marta rimase sola. Tornò in soggiorno e si sedette sul divano, osservando le pareti familiari, le fotografie sugli scaffali, il parquet posato anni prima dai suoi genitori.
Il silenzio riempiva ogni angolo. Eppure, dentro di sé, non c’era paura. Né rimorso. Solo una certezza solida: aveva fatto la scelta giusta.
Si alzò e si avvicinò alla finestra. Fuori, la città della sera brillava di luci accese nelle case vicine. L’appartamento era ancora suo. La casa costruita dai suoi genitori, custode dei loro ricordi. Nessuno gliela avrebbe portata via. Nessuno l’avrebbe costretta a sacrificarsi per gli interessi altrui.
Enrico se n’era andato. Silvia Coppola era stata respinta. Camilla restava senza aiuto. Eppure Marta non provava alcun senso di colpa. Aiutare non significa annullarsi.
Prese il telefono e scrisse a Noemi Fabbri:
«Enrico è andato via. È una lunga storia. Domani puoi passare?»
La risposta arrivò quasi subito:
«Certo. Arrivo con una bottiglia di vino. Tieni duro.»
Marta sorrise. La vita continuava. Senza un marito che metteva gli altri davanti a lei. Senza una suocera convinta di avere diritti su ciò che non le apparteneva. Senza chi non rispettava le sue decisioni.
La casa restava. L’idea di casa restava. Il ricordo dei genitori restava. Tutto il resto era secondario.
Andò in cucina e si sedette al tavolo, fissando la sedia vuota di fronte a sé. Un tempo lì sedeva Enrico. Ora non più. Ed era giusto così.
Si ripromise di cambiare le serrature al più presto. Per sicurezza. Enrico avrebbe potuto tornare, tentare ancora di farle pressione. Ma quella porta sarebbe rimasta chiusa. La sua casa, protetta.
Rientrò in camera da letto e si sdraiò sul letto. Chiuse gli occhi. L’indomani sarebbe stato un giorno nuovo. Senza litigi, senza ricatti, senza il peso delle aspettative altrui.
Solo lei e la sua casa. La sua fortezza. La sua vita. E nessuno, mai, gliela avrebbe tolta.
