«Non scambierò proprio nulla! Questa casa è mia, punto e basta!» — disse Marta secca, fissando Enrico dritto negli occhi

Vergognosa pretesa, coraggiosa difesa della dignità
Storie

— Sì.

— Capisco. Sei stata fortunata, Martuccia. Non a tutti capita un’eredità del genere.

Marta Medici non replicò. Quelle parole — sei stata fortunata — le risuonarono dentro con un fastidio sordo. Come se quell’appartamento fosse piovuto dal cielo per caso, come un premio, e non fosse invece arrivato dopo la perdita dei suoi genitori. Come se il dolore potesse essere scambiato per un colpo di buona sorte.

Enrico Caruso, dal canto suo, non mostrò alcuna reazione alle domande insistenti della madre. E quando Marta, in seguito, provò ad affrontare con lui il tema delle visite sempre più frequenti, lui liquidò tutto con un gesto della mano.

— Ma dai, viene a trovarci. E allora? È sola, si annoia, che male c’è?

— Però ogni volta guarda in giro come se stesse valutando qualcosa — insistette Marta, cercando di non alzare la voce.

— Stai esagerando. Ti fai dei film inutili.

Marta lasciò perdere. Forse aveva davvero un’immaginazione troppo vivace. In fondo Silvia Coppola era sempre educata, sorridente, ringraziava per il tè e per i biscotti. Avviare una discussione per sensazioni vaghe sarebbe stato sciocco.

Passarono alcuni mesi. Poi arrivò l’annuncio del fidanzamento di Camilla Orlando, la sorella di Enrico. Aveva ventiquattro anni, lavorava come manager, ma con uno stipendio modesto. Il futuro marito, Dario Mariani, era impiegato in un cantiere edile. Vivevano insieme in un monolocale in affitto e, nonostante gli sforzi, facevano fatica ad arrivare a fine mese.

Il matrimonio si celebrò in modo semplice, in un caffè del quartiere. Una trentina di invitati, niente sfarzi. Silvia Coppola era raggiante: brindava, abbracciava la figlia, teneva piccoli discorsi pieni di orgoglio. Enrico si congratulò con Camilla, Marta pronunciò parole gentili e sincere. L’atmosfera fu calorosa e la serata si protrasse fino a tardi, tra risate e musica soffusa.

Una settimana dopo le nozze, Silvia Coppola si presentò di nuovo da loro. Questa volta senza dolci. Aveva il volto serio e una borsa stretta tra le mani. Enrico era in casa, sdraiato sul divano davanti alla televisione. Marta, in cucina, stava preparando la cena.

— Enrico, Martuccia, dobbiamo parlare — annunciò la donna entrando in soggiorno.

Marta si asciugò le mani e uscì dalla cucina. Silvia Coppola si sedette al tavolo, aprì la borsa e ne tirò fuori alcuni fogli. Enrico si avvicinò, curioso. Marta rimase in piedi.

— Di cosa si tratta, Silvia? — chiese con cautela.

— Di Camilla. Lei e Dario hanno grossi problemi con la casa. L’affitto è troppo caro, si porta via quasi tutto quello che guadagnano. Comprare è fuori discussione, non hanno i soldi.

— È una questione che riguarda loro — rispose Marta con tono controllato. — Sono adulti.

— Certo che lo sono. Ma siamo una famiglia. In famiglia ci si aiuta.

Marta sentì i muscoli irrigidirsi. Quella parola, aiutare, aveva un suono ambiguo.

— E in che modo pensa di aiutarli?

Silvia Coppola guardò prima il figlio, poi Marta. Sorrise, come se stesse per proporre qualcosa di ovvio.

— Qui avete tanto spazio. Tre stanze per due persone. È più del necessario.

— Più del necessario? — Marta aggrottò la fronte. — Cosa intende dire?

— Mi è venuto in mente che si potrebbe dividere il valore dell’appartamento in due soluzioni più piccole. Due bilocali: uno per voi, uno per Camilla e Dario. Tutti sarebbero sistemati. Abbiamo già dato un’occhiata a qualche proposta, ci sono foto e dati.

Lo disse con una naturalezza disarmante, come se stesse suggerendo di scendere a comprare il pane. Marta rimase immobile. Scambiare l’appartamento? Il suo appartamento?

— Sta parlando sul serio? — la voce le tremò leggermente.

— Certo che sì. Così ognuno avrebbe il proprio spazio. Camilla finalmente una casa tutta sua, voi comunque un appartamento. E se avanzasse qualcosa, potrei permettermi un soggiorno alle terme, per rimettere un po’ a posto la salute.

Silvia Coppola continuava a spiegare, sicura di sé, come se non stesse parlando di una proprietà che non le apparteneva, ma di un bene comune, disponibile a tutti. Marta ascoltava e sentiva crescere una tensione profonda.

— Silvia, questo appartamento è mio — disse infine, scandendo bene le parole.

— Ma certo che è tuo. Però sei sposata con Enrico, siete una famiglia. In famiglia tutto è condiviso.

— No, non tutto. Questa casa l’ho ereditata dai miei genitori prima del matrimonio. È un mio bene personale.

— Sono dettagli. Vivete insieme, e i parenti vanno aiutati.

Marta si voltò verso il marito. Enrico taceva, fissava il pavimento. Il viso contratto, le labbra serrate.

— Enrico, tu non… — disse lei, aspettando una risposta che avrebbe cambiato tutto.

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Amore o Soldi