— Non intendo dividere proprio nulla! L’appartamento è mio, e su questo non si discute — risposi secca, fissando mio marito negli occhi.
Marta Medici aprì la porta di casa e, come faceva ormai da anni, rimase ferma sulla soglia per qualche secondo. Davanti a lei si stendeva il grande soggiorno con il soffitto alto e le finestre ampie, da cui la luce del sole entrava generosa. Il parquet, posato con pazienza e orgoglio dai suoi genitori, conservava ancora il calore delle loro mani.
Era un appartamento di tre locali in pieno centro, l’eredità ricevuta dopo la morte dei genitori. Ogni angolo raccontava qualcosa di loro: le serate trascorse insieme, le risate condivise, quell’atmosfera di protezione che Marta continuava a percepire nonostante il tempo passato.
Quando Enrico Caruso le aveva chiesto di sposarlo, lei gli aveva proposto senza esitazioni di trasferirsi da lei. Lo spazio non mancava di certo. Enrico aveva accettato subito, l’aveva stretta in un abbraccio, baciata e definito l’idea perfetta. Il matrimonio era stato semplice, senza clamori. Tornati dal viaggio di nozze, avevano iniziato a sistemare l’appartamento.
Marta lavorava come interior designer, Enrico era impiegato in una società informatica. Insieme avevano deciso di rinnovare gli ambienti. Un divano nuovo per il soggiorno, le vecchie tende sostituite da moderne veneziane, la cucina rifatta da cima a fondo con mobili chiari ed elettrodomestici incassati. Ogni cambiamento rendeva Marta felice: quella casa stava diventando davvero la loro casa.

Enrico invitava spesso gli amici. Si sedevano in cucina, bevevano birra e parlavano di calcio o videogiochi. Immancabilmente qualcuno commentava con ammirazione:
— Enrico, hai fatto centro nella vita. Un appartamento così e una moglie splendida. Sei un uomo fortunato.
Lui sorrideva, senza mai contraddire. Marta sentiva quelle frasi, ma non se ne offendeva. L’appartamento era bello, ed era naturale condividerlo con la persona che amava.
I primi sei mesi trascorsero in armonia. Marta lavorava da casa, seduta nello studio davanti al computer a disegnare progetti. Enrico rientrava tardi, stanco ma soddisfatto. Cenavano insieme, guardavano serie televisive, organizzavano i fine settimana. La quotidianità scorreva tranquilla, senza attriti.
Le cose iniziarono a cambiare quando la suocera cominciò a farsi vedere più spesso. Silvia Coppola abitava in un quartiere vicino, in un vecchio bilocale preso in affitto da anni. Prima del matrimonio compariva solo nelle occasioni speciali; dopo, le visite diventarono frequenti.
All’inizio arrivava con dei dolci fatti in casa.
— Marta cara, ho preparato una torta. Il mio Enrico va matto per quella di mele.
Marta ringraziava, metteva su il tè. Silvia Coppola si sedeva, beveva con calma, poi si alzava e iniziava a girare per le stanze.
— Che meraviglia ovunque. Gli spazi sono comodi, luminosi. E la ristrutturazione è recente, si vede che ci avete messo passione.
— La ringrazio, signora Coppola — rispondeva Marta con cortesia.
La suocera entrava in camera da letto, osservava gli armadi, poi sbirciava anche nello studio.
— Qui lavori? Un angolo ufficio?
— Sì, lavoro da casa.
— Dev’essere molto comodo. Un’intera stanza solo per lavorare… un vero lusso.
Il tono era elogiativo, ma Marta avvertiva qualcosa di diverso sotto quelle parole. Non proprio invidia, piuttosto una valutazione attenta, come se Silvia Coppola stesse calcolando le potenzialità di ogni metro quadrato.
Le visite continuarono. A volte arrivava con un dolce, altre “per caso, visto che passava di lì”. Capitava che si presentasse durante il giorno, quando Enrico era fuori. Marta la faceva entrare, ma dentro di sé cresceva un’inquietudine sottile. La suocera osservava troppo, faceva troppe domande sulla disposizione delle stanze, sulla superficie, sui prezzi degli immobili della zona.
Un pomeriggio Silvia Coppola si fermò davanti alla finestra dello studio e guardò il cortile.
— Che vista piacevole. Silenzio, verde… un posto che vale oro.
— Anche i miei genitori amavano molto questo quartiere — disse Marta.
— I tuoi genitori, dici? Quindi l’appartamento proviene da loro — concluse la donna, lasciando la frase sospesa, come preludio a qualcosa che Marta intuì non sarebbe finito lì.
