Dentro continuava a espandersi quella sensazione tiepida e impalpabile. Libertà.
La separazione venne ufficializzata dopo tre mesi. Dario Moretti provò a chiamarmi più volte, chiedendo scusa, cercando uno spiraglio. Non risposi mai. Dalla vendita dell’appartamento mi spettò la metà, e con quei soldi affittai un locale piccolo ma luminoso, in pieno centro. Sulla vetrina feci mettere un’insegna semplice: “Atelier Arianna”.
Il primo incarico arrivò proprio da Stefano Palmieri: divise nuove per il suo staff di sala. Poi fu una valanga. Un cliente dopo l’altro, appuntamenti fissati, stoffe da scegliere. Lavoravo senza sosta: prendevo misure, cucivo fino a tardi, imparavo di nuovo a fidarmi di me stessa. Assunsi anche un’aiutante, una ragazza sveglia di nome Giada Longo.
Dario si rifese vivo circa un anno dopo. La voce era impastata di alcol, spezzata.
— Arianna, ho sbagliato tutto. Vivo ancora con mia madre, mi rimprovera ogni giorno, ho perso il lavoro. Torniamo insieme?
— No, Dario.
Chiusi la chiamata e, con quella, anche l’ultimo pensiero su di lui.
L’atelier va forte, spesso c’è la fila. Di recente ho conosciuto Massimiliano Ruggiero, direttore di una fabbrica che mi ha commissionato abbigliamento da lavoro. Ci frequentiamo con calma, senza proclami. Mi chiama per nome, sempre. Non “topolina”, non diminutivi umilianti.
A volte ripenso a quella sera al ristorante “Il Don Tranquillo”: il percorso tra i tavoli, il suo sguardo, la busta lasciata sul tavolo. Ora so che non fu una fine. Fu l’inizio.
Qualche settimana fa ho incrociato Martina Rinaldi al supermercato. Ha finto di non vedermi. Non l’ho fermata. Non ce n’era motivo: abitiamo universi diversi.
Ieri Stefano è passato in atelier, si è seduto, ha bevuto un tè.
— Allora, Arianna, te ne sei pentita?
Ho guardato fuori dalla vetrina: primavera, sole, gente che camminava veloce.
— Nemmeno per un istante, Ste.
Ha annuito.
— Così si parla.
— Ci si pente solo di ciò che non si ha il coraggio di fare.
Dopo che se n’è andato, sono tornata al lavoro. Stavo cucendo un abito da sposa per una ragazza giovanissima, raggiante durante la prova. Guardandola, ho pensato che spero non debba mai, tra vent’anni, bloccare una carta e difendere in pubblico il proprio diritto al rispetto. Ma quella sarà la sua strada. La sua scelta.
La mia l’ho già fatta. E mi piace.
La donna grigia e silenziosa è rimasta lì, quella sera al “Don Tranquillo”. Io, invece, sono nata allora: vera. Una che sa mordere se messa all’angolo, che conosce il proprio valore, che non consegna più nulla sulla fiducia.
Domattina Massimiliano Ruggiero passerà a ritirare un ordine. Berremo un tè, parleremo di tessuti e cartamodelli. Forse mi inviterà a cena. Forse accetterò. O forse dirò di no: ho una consegna urgente.
In ogni caso, sarà una decisione mia. Solo mia.
Non sono più quella che taglia il pane in silenzio fissando il pavimento. Sono quella che entra in una sala a testa alta. E questa è la versione migliore di me.
