La carta me la chiese Dario Moretti un mercoledì mattina, mentre facevamo colazione. Il suo tono era misurato: preoccupato quanto basta, senza tracce di agitazione.
— Arianna, c’è un pagamento aziendale urgente. La mia carta è stata bloccata, solo per un paio di giorni. Mi dai una mano?
Mi asciugai le mani sul grembiule, aprii il portafoglio e gliela porsi. Dario la prese in fretta, come se temesse un ripensamento, poi mi baciò la testa.
— Grazie, amore. Sai sempre come salvarmi.
Vent’anni di matrimonio mi avevano insegnato a non fare domande superflue. Mi fidavo. O forse fingevo di farlo.

Venerdì sera, mentre passavo il ferro sulla sua camicia, dalla stanza accanto arrivò la sua voce al telefono. La porta era socchiusa. Rideva, ed era un riso che con me non usava.
— Mamma, stai tranquilla, è tutto organizzato. Ristorante prenotato, tavolo per sei, menù fantastico, cognac e bollicine come piacciono a te. No, lei non sa nulla. Perché dovrebbe? Le ho detto che festeggiamo in casa, in famiglia.
Il ferro restò sospeso a mezz’aria.
— La mia topolina grigia non sospetterà niente. Provinciale impacciata, mamma, te lo ricordi da dove arriva, da un paesino sperduto. Vent’anni a Parma e sembra ancora una contadina. Certo che pago con la sua carta, la mia è bloccata. Però che festa al “Tichij Don”! Lì lei non metterà mai piede. Meglio che resti a casa davanti alla TV.
Spensi il ferro. Andai in cucina, riempii un bicchiere e bevvi tutto d’un fiato. Le mani erano ferme. Dentro, invece, c’era solo vuoto, un freddo netto, come se qualcuno avesse portato via ogni cosa viva.
Topolina grigia. Provinciale. Con la sua carta.
Posai il bicchiere nel lavello e guardai fuori dalla finestra. Il cielo si stava scurendo. Forse aveva ragione. Forse ero davvero così. Ma anche i topi, quando vengono messi all’angolo, sanno mordere.
Sabato mattina bloccai la carta. In banca spiegai di averla smarrita e di temere un uso improprio. Da lì attraversai la città fino al quartiere di villette dove avevo vissuto anni prima.
Stefano Palmieri mi aprì in pantofole, sollevando le sopracciglia per la sorpresa.
— Arianna? Da quanto tempo! Entra, che fai sulla soglia?
Seduti nella sua cucina, bevemmo tè. Gli raccontai tutto, senza giri di parole. Mi ascoltò in silenzio.
— Chiaro, — disse infine. — Arianna, una volta sei stata tu a salvare la mia famiglia, ricordi? Quando mio padre era senza lavoro e ci portasti un sacco di patate dicendo che erano in più, anche se sapevamo che avevi dato l’ultimo. Ora tocca a me. La loro festa è lunedì sera, giusto? Il banchetto inizia alle nove. Ti chiamerò quando saranno tutti arrivati e avranno già iniziato.
