Aveva sempre qualcosa da dire, su qualunque argomento: dalla politica internazionale alla maniera “giusta” di sistemare un lenzuolo con gli angoli. In quei primi mesi scambiai quella invadenza per carisma. Mi sembrava determinazione, autorevolezza. E, più di tutto, desideravo che Ornella Colombo mi accettasse.
All’inizio interpretò la parte con maestria. Alle cene della domenica sfoggiava sorrisi impeccabili, infilava osservazioni melliflue sui miei piatti («In teoria l’arrosto andrebbe lasciato un po’ più al sangue, ma così è… rassicurante») e mi stringeva in abbracci rapidi al momento dei saluti. Era una cortesia studiata, ma allora non sapevo ancora riconoscerla.
Poi qualcosa iniziò a mutare, con la stessa gradualità di un freddo che cala impercettibile finché ti ritrovi a tremare. Prima furono le piccole esclusioni digitali: conversazioni di famiglia su vacanze o compleanni dalle quali il mio numero risultava misteriosamente assente. Subito dopo arrivarono le allusioni alle mie origini. «Sei così… diversa dalle donne Parisi», commentava sorseggiando Chardonnay. «Non sei cresciuta con i nostri… valori particolari». Un lavoro di erosione sottile, calibrato per farmi dubitare delle mie percezioni.
E poi c’era Nerina Sanna.
Nerina è mia figlia, nata dal mio primo matrimonio. Aveva due anni, un concentrato di disordine e meraviglia, quando Emanuele Parisi entrò nelle nostre vite. Non ebbe esitazioni né ripensamenti: si immerse in quel caos con una calma innata, una tenerezza istintiva che mi lasciò senza parole. Quando ci siamo sposati, non si è limitato a diventare una figura di contorno; l’ha adottata ufficialmente. Abbiamo cancellato il termine “patrigno” dal nostro lessico: era suo padre in ogni senso che contasse, per legge e per scelta.
Questa realtà, però, Ornella non la fece mai propria.
In superficie manteneva una facciata decorosa. Una cartolina anonima per il compleanno di Nerina, un pensierino impersonale durante le feste. Ma la distanza tra lei e i nipoti biologici — Ginevra Mancini e Orazio Vitali — era un canyon evidente.
Nerina non veniva invitata alle serate pigiama tra cugini. Restava fuori anche dalle fotografie natalizie tutte coordinate che Ornella pubblicava con orgoglio, corredate dalla didascalia: “La mia eredità”.
Durante le riunioni familiari, mentre Ginevra veniva sollevata e celebrata come una “principessina” e Orazio riceveva elogi per ogni traguardo sportivo, Nerina si rifugiava in un angolo, china sui pennarelli, cercando di diventare più piccola possibile per non occupare uno spazio che percepiva come non suo.
Le preferenze erano plateali: a Ginevra vezzeggiativi e attenzioni, a Orazio costose attrezzature sportive; a Nerina un giocattolo scadente preso all’ultimo momento, o peggio un libro inadatto, troppo facile per lei.
Se ne accorgeva eccome. I bambini registrano le tensioni come strumenti sismici, molto prima che la scossa diventi visibile. Provai a giustificare l’ingiustificabile, dicendole che la nonna era distratta, all’antica. Ma quelle spiegazioni mi restavano in bocca come cenere.
La frattura definitiva arrivò a Ringraziamento. Ornella aveva apparecchiato con piatti di porcellana personalizzati, ognuno decorato con il nome di un nipote in elegante carattere dorato. C’era quello di Ginevra. C’era quello di Orazio. Persino per i neonati. Davanti al posto di Nerina, invece, un piatto bianco qualunque, recuperato dal fondo della credenza.
Quella sera, mentre la rimboccavo, Nerina mormorò:
«Mamma? Forse pensa che io sia solo di passaggio. Come un’ospite che non dovrebbe restare».
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. Emanuele stava in piedi sulla soglia della stanza, immobile, ad ascoltare in silenzio.
